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di Sergio Di Cori Modigliani

Il paese delle meraviglie non si smentisce mai. E come potrebbe, dato che le dinamiche sono sempre le stesse?

Oggi, il Signor Google ci regala un delizioso doodle pedagogico, ricordandoci che 340  anni fa, l’astronomo danese Ole Romer ha identificato con matematica precisione la velocità della luce nell’universo. Vien da chiedersi, con storica nostalgia: chi lo sa che cosa accadeva in quel di Copenhagen nel 1676? E in Sassonia? E in Bretagna? E in Scozia, Catalogna, Balcani, Paesi Bassi? Di certo, in Italia poco è cambiato. Basterebbe andarsi a rileggere il romanzo nazionale, quel “I Promessi Sposi” ambientato esattamente in quel periodo, quando l’Italia era travolta dallo strapotere arrogante della Kasta finanziaria, ben rappresentata dal perfido Don Rodrigo; i pretonzoli fingevano di occuparsi dei poveri riconoscendo che il coraggio non era certo la caratteristica principale degli italiani; l’establishment locale, cioè il Podestà di Milano, correva da una parte all’altra della città per partecipare a interminabili riunioni politiche, al fine di trovare il bandolo della matassa per fronteggiare l’ira del pueblo, che dilagava per le strade, in aperta rivolta violenta, dato che mancava il pane, non c’erano alloggi e trionfava la disoccupazione, il disagio, la disperazione sociale. Così stavamo allora. Intendiamoci, pure il resto d’Europa, nel 1676, si trovava in una situazione simile.

Trecentoquaranta anni dopo, la serenità del distacco che alimenta la curiosità dello studioso di Storia, ci consente di comprendere che gli altri europei, in questo frangente di tempo, una loro specifica cifra identitaria l’hanno trovata, se la sono inventata, costruita, difesa e salvaguardata.

Noi no.

Siamo sempre lì. Identica situazione, identica oligarchia della rendita finanziaria protetta da curia, dalle grandi potenze internazionali, dal lassismo cinico e individualista di chi ha sempre privilegiato la comprensibile ansia di sopravvivenza, rispetto all’altrettanta comprensibile voglia di lottare per la dignità di una vita migliore.

E così, dopo più di sei mesi, in questo 2016, nel corso dei quali el pueblo si è lanciato in una vorticosa e appassionata Lotta Continua Per il Rinnovamento, ben diviso tra comitati per il sì e comitati per il no, una volta acquisito il risultato delle urne, si scopre di essere finiti nel consueto teatro della Farsa Continua, il palcoscenico teatrale della politica che amiamo più di ogni altro in assoluto. Neppure 72 ore dopo e nasce già un inedito fronte trasversale guidato dai tre leader populisti nazionali (in ordine alfabetico) Grillo, Renzi, Salvini che si contrappone a un altro guidato da Bersani, D’Alema, Berlusconi, Cicchitto, Quagliarella. Si mescolano le carte e si puntano le fiches. Come al solito cercano tutti (dopotutto siamo italiani) di puntare sia sul nero che sul rosso. Il destino (quando è baro) fa regolarmente uscire lo 0 e così nè si vince nè si perde. Si fa un altro giro. Di questo ci dobbiamo occupare nei prossimi mesi. Grillo/Renzi/Salvini insistono a strillare pretendendo di andare al voto immediatamente, sapendo -direi con certezza matematica, dato che sono tre persone intelligenti e abili- che questo non si verificherà per un banale motivo elementare noto a tutti: la stragrande maggioranza degli eletti in Parlamento è pienamente consapevole del fatto che non verrà mai rieletta nè ricandidata, per il semplice motivo che non rappresentano nessuno, non hanno alcun rapporto reale con il paese reale e chi li ha votati (in un modo o nell’altro) si sente raggirato, defraudato, spesso tradito nelle proprie aspettative. Inoltre, se si va a votare prima del 24 settembre 2017, non potranno godere della pensione. Essendo questo un Paese in cui le pulsioni etiche, l’idealità, la progettualità, l’utopia, la teoria e l’autentico interesse collettivo sono stati sostituiti dalla vanità, dalla bulimia della visibilità, dall’ansia di presenzialismo mediatico costante, e dall’individualismo cinico distopico, non è realistico pensare che andremo a votare in primavera, ammesso che sia cosa giusta. Questo è uno di quei casi in cui non è possibile dire ce lo chiede l’Europa, nient’affatto. A chiedercelo è l’Italianità.

Ma el pueblo deve essere in qualche modo eccitato e alimentato di illusioni e quindi a gran voce si chiede di avere subito le elezioni. Il tutto è sorretto da un elemento pragmatico (questo sì davvero tragico) che ci mostra il vero volto -quello autentico- dell’establishment italiano: la Corte Costituzionale che si sarebbe dovuta esprimere sulla validità e autenticità della legge elettorale nella prima settimana di ottobre, “per non turbare la serenità di giudizio dell’elettore” (così hanno parlato) ha deciso che la sentenza la renderà pubblica il 24 Gennaio, cioè 50 giorni dopo l’esito referendario. Perchè? Non si comprende. Si può fare qualche ipotesi. Una volta emessa la sentenza, la Farsa Continua proseguirà ineluttabilmente. E’ dal 15 ottobre del 2011 (cioè da 62 mesi) che il Parlamento di allora e di oggi ha promesso -ai due presidenti che glielo avevano chiesto- di varare una legge elettorale con maggioranza assoluta, approvata da tutte le forze politiche. Non si capisce perché, dopo 62 mesi di strazio inutile, dovrebbero riuscirci adesso, essendo consapevoli che la grande massa di deputati e senatori non vogliono votare adesso.

Quindi, faranno di tutto, arrampicandosi sui sentieri poetici dell’ipocrisia somma, per fingere di lavorare a qualcosa quando tutti sanno che stanno semplicemente attendendo che il tempo passi.

Nel frattempo, le notizie del mondo reale non vengono divulgate. La più importante è la seguente -titolo cubitale in prima pagina nel mio immaginario quotidiano surrealista- : “Ieri, 6 Dicembre 2016 si è svolta a Francoforte la riunione tra l’amministratore delegato del Monte dei Paschi di Siena e il Presidente della Bce Mario Draghi. La Bce boccia la richiesta di rinvio, la scadenza rimane il 31 dicembre 2016”. Risultato? La Ue chiuderà un occhio e il ministero del Tesoro interverrà (soldi nostri, si intende) gestendo quello che è già stato definito “a soft bail in”, approfittando del fatto che el pueblo, davanti a locuzioni angliche, si impressiona e fa ohhh! In soldoni, ciò significa che ieri al pomeriggio, la Bce ha comunicato al mondo che il Monte dei Paschi di Siena è fallito e quindi interverrà lo Stato buttandoci dentro almeno 4 miliardi di euro entro i prossimi 15 giorni. La finanza approva e applaude. Ci amano tutti in questo momento, ma per davvero. Da Wall Street alla City di Londra, da Ramallah a Tel Aviv, da Riyad a Teheran, da Mosca a Pechino, tutti ci adorano.

Perché una cosa va capita fino in fondo (nel senso che così è la realtà oggettiva nuda e cruda): la finanza bruta speculativa adora l’instabilità politica di succulente ricche nazioni immobili nello status quo di una perenne conflittualità locale, perché è lì che si fanno i soldi con la pala. Ed è questo che vogliono da noi. Ed è quello che noi stiamo dando loro. Ci piace essere amati da chi conta. Dopotutto, il Bel Paese è una nazione dove merita chi conta e chi non conta non merita un bel nulla.

Nel frattempo el pueblo si sbrana. E da ieri, i costituzionalisti da tastiera sono scomparsi tramutandosi nella notte in esperti di meccanismi della legge elettorale. El pueblo, adesso, è chiamato a scannarsi tra elezioni subito oppure elezioni dopo il governo istituzionale. Comunque vada a finire ciò che conta per la finanza internazionale e per i grandi investitori che possiedono i nostri titoli (e quindi ci tengono per la gola) è che vada avanti la Farsa Continua, una conflittualità permanente, con un governo finto che fingerà di governare, una opposizione finta che fingerà di opporsi, presentando la notizia della borsa di Milano ai massimi livelli del 2016 come se fosse una notizia interessante per i 6 milioni di poveri assoluti (10% della popolazione, senza reddito, senza entrate, senza casa, nullatenenti totali) per i 9 milioni di poveri relativi, esclusi socialmente da ogni collettività, e per altri 35 milioni di italiani che sopravvivono perché una casa ce l’hanno, alcuni hanno anche uno straccio di lavoro e buttano per aria il cappello e si sentono rassicurati se riescono a pagare la rata del mutuo, le bollette e qualche serata in pizzeria, quando va bene.

I restanti 10 milioni si divertono a osservare la farsa, sollevati dal fatto che il tempo lavora per loro, a dispetto degli inquietanti e (questi sì) tragici dati diffusi dall’Istat: l’85% della popolazione italiana sopravvive e chi ce la fa è contento.

E chi invece vorrebbe vivere?

Forse, nel 1676, sarebbe stato più saggio emigrare in Danimarca.