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di Sergio Di Cori Modigliani

Verso la fine del 2010, quando facebook era molto popolare, andava di moda tra i giovani e non era ancora infarcito di pubblicità, Terry Gilliam aveva già capito come si mettevano le cose per tutti noi ed ebbe una grande ispirazione. Essendo soprattutto un cineasta, scelse di farci un film, andando a pescare nella sua migliore tradizione biografica, come dire: recuperare le proprie origini per poter parlare del futuro. Impiegò qualche mese a scrivere la sceneggiatura, essendo un artista puntiglioso, perfezionista, rigoroso, con una cura ossessiva per i dettagli e per la simbolica di riferimento. Finita la stesura parlò con alcuni produttori europei ma pare che nessuno gli diede retta. Si scontrò con un fatto per lui inedito che denunciò pubblicamente “il razzismo anagrafico”. In una celebre intervista per il quotidiano di informazione cinematografica di Hollywood “Variety”, condivise con il pubblico degli addetti ai lavori la sua forte preoccupazione e “soprattutto lo sconcerto nel trovarmi a parlar di cinema con manager trentenni seduti su una montagna di soldi riciclati che non capiscono neppure la differenza tra un cartone animato e un film porno”. Aveva, allora, 70 anni e veniva considerato come un vecchio rimbambito non in grado di poter comprendere le attuali autostrade della comunicazione sulle quali viaggiamo. Si rivolse pertanto a una sua vecchia conoscenza (di età intorno ai 75 anni) considerato, allora, il più importante produttore di Hollywood, Richard Zanuck, con il quale aveva condiviso a lungo una sincera amicizia, anche se non erano più in contatto da diversi anni. Approfittando del fatto che si trovava a Los Angeles lo contattò. “Spediscimi subito il copione per e-mail e ti dico che cosa ne penso”. Dopo due giorni arrivò la risposta. Su facebook, naturalmente. “Mi manchi tanto. Mi sei mancato in questi anni, oggi me ne rendo conto. Ho fatto qualche telefonata a certi bambocci rincoglioniti di Wall Street e forse qualche spicciolo lo rimedio. Bisognerebbe tagliare, però, almeno 12 milioni di dollari di esterni. Dovremmo parlarne a voce. Ricordi l’ultima volta che siamo stati insieme, a casa mia, a guardare i fuochi di artificio per il 4 di Luglio? Mi hai tolto un sacco di soldi nel nostro pokerino. Per me, questo film è un bell’impegno, ma mi attizza. Facciamo così. Visto che sei in città, vieni da me per un lungo week end e ce la giochiamo a poker. Se vinci, sgancio tutti i soldi che ti servono”. Terry Gilliam ci andò. Tre mesi dopo il film entrava in produzione e di lì a due mesi iniziavano a girare. Ma in una calda notte dell’estate del 2012, la notte del 13 Luglio, Richard Zanuck moriva d’improvviso d’infarto al miocardio. Poichè le coperture finanziarie del film erano garantite da lui personalmente, il film si fermò. Nell’elogio funebre al suo funerale, fu lo stesso Terry Gilliam a leggere gran parte del loro ultimo scambio di messaggi su facebook. Per sua fortuna, il figlio, Zanuck jr. aveva una buona e profonda relazione d’amore con suo padre e quindi confermò al cineasta che di lì a un mese avrebbero ripreso a girare con i soldi della sua eredità. Finirono giusto in tempo per portarlo a Venezia, nel settembre del 2013 ,dove ebbe una entusiastica accoglienza (sulla carta e presso l’assiepato pubblico di giovani cinefili che gremivano la sala). Ma non piacque ai giovani manager di mercato e così il film non venne neppure distribuito in Europa. Diventò un film cult semi-clandestino. Per motivi a me totalmente ignoti nonchè incomprensibili, “Teorema Zero: tutto è vanità” è arrivato nelle sale cinematografiche italiane il 6 Luglio 2016, tre anni dopo. Vivo e presente ma del tutto inosservato, il film non ha collezionato nè critiche mainstream nè pubblicità nè interviste televisive. Nulla. Le due uniche presenze in rete (wired e cineblog) ne parlano in maniera abboracciata e banale, in pratica stroncandolo, dato che fanno passare la voglia di andarlo a vedere. La mia opinione, invece, è che siamo in presenza di una imperdibile chicca autentica che vale davvero la pena di vedere subito (al cinema si intende, altrimenti non ha senso) e lascia piuttosto sconcertati l’indifferenza mediatica su questo prodotto che fa onore al cinema indipendente ed è dedicato a chiunque pensi o abbia voglia di pensare e provare emozioni.

Il film si svolge in un tempo del nostro futuro prossimo, non tanto distante da oggi. La società viene descritta visivamente, con puntigliosa e accurata calligrafia scenografica, come  se ci trovassimo nel pieno medioevo. L’alta tecnologia la fa da padrona e controlla e determina le nostre esistenze ma all’interno di una cornice che sa di antico. E’ un futuro popolato da mega-computer e cellulari al fulmicotone ma allo stesso tempo con telefoni analogici privati ad uso domestico che si servono di una cornetta come quelle che si usavano nel 1920. Il protagonista è un uomo maturo tra i 40 e i 50 anni che abita nel centro di Londra. La sua casa (l’ha acquistata a un’asta in seguito a un certo crollo economico avvenuto anni prima) è una gigantesca chiesa gotica dei Templari con ampi soffitti a guglia. L’interno è fatiscente, una gioia per famiglie di topi che si nutrono del disordine. La porta di casa si chiude con delle vecchie serrature anni ’50 e le due uniche volte in cui il protagonista ese di casa, ci aggiunge un enorme catenaccio. Il mondo esterno (si vede soltanto una volta, ma basta quello) è molto affollato, caotico, tutto iper-tecnologico e ultramoderno. Le strade e le piazze sono piene di giganteschi visori illuminati di ultima generazione sui quali compare pubblicità di siti della finanza. Il protagonista, che appare già dalla prima scena come persona esistenzialmente molto sofferente, lavora per la più importante azienda del paese (una big multinazionale) che si occupa di strategie di marketing in rete e di informatica. Lavora incollato a un computer enorme manovrato da una consolle ridicola, antelucana quanto infantile. Ma lui non vuole uscire di casa e strappa al fantomatico direttore supremo il permesso di lavorare a casa. Lo incontra a una festa aziendale privata. E’ un uomo sulla sessantina, che trascorre il suo tempo seduto nel suo studio privato a leggere antichi volumi cartacei. Gli concede di stare a casa come lui vuole a condizione che si impegni a trovare l’equazione del Teorema Zero. Lui accetta. Il motivo principale per cui vuole stare a casa, senza uscire mai, consiste nel fatto che è in attesa “della chiamata”, una vaga promessa annunciata, a metà tra il delirio religioso e il complottismo, che consiste nel fatto di ricevere un giorno una telefonata nel corso della quale gli verrà rivelato il senso ultimo dell’esistenza e lo scopo della nostra vita terrena.

Lui sta lì e aspetta.

E intanto lavora per il megaboss.  Alla festa incontra anche una giovane attraente e solare, simpatica, molto comunicativa, che tenta in tutti i modi di sedurlo. Ma lui non vuole essere toccato da nessuno, non vuole vedere nessuno, non vuole avere rapporti con nessuno, lui vuole stare da solo a casa ad aspettare “la chiamata”.

E’ un classico hikikomori a tutto tondo, il grande paradosso dell’era tecnologica nella quale viviamo: loro (che nessuno vede nè può contattare) sono gli unici autentici antagonisti del delirio di massa corrente, perchè sono invisibili, sono -per l’appunto- fuori dalla scena sociale divenuta ormai un delirio narcisista dove conta soltanto una totale vanità portata all’eccesso. Rinchiuso in casa, quindi, il nostro eroe lavora angosciato, sempre incollato al computer. Ma dopo qualche giorno arriva lei, la ragazza della festa, vestita come un’infermierina porno “per occuparmi di te e portarti un po’ di gioia”. Lui è imbarazzato, non la vuole, non sa che cosa farsene, ma un barlume di umanità relazionale in lui si accende. Dopo qualche incontro, lei confessa di essere pagata dal megaboss per farlo star bene. Può anche fare del sesso se lui vuole ma a due condizioni: 1) Soltanto virtualmente. 2) Escludendo qualunque forma di coito perchè “dentro di me non entra nessuno mai”. Lui accetta. Lei, quindi, gli spedisce una tuta di lattice rossa con dei cavi che vanno collegati al computer per far funzionare il teatrino (è l’immagine che vedete qui sotto)

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e finisce insieme a lei su una spiaggia dei Caraibi, lui in costume e lei in bikini che giocano a palla dandosi dei bacetti. Lui le chiede “come mai il sole sta sempre al tramonto ma non tramonta mai?” e lei risponde “perchè è una creazione della mia mente e a me piace così: un eterno tramonto”.  Le loro menti comunicano e si intrecciano solo nel virtuale finchè lui si commuove sessualmente e vuole far l’amore con lei. A  quel punto  la connessione salta e lui non la potrà mai più contattare. Il nostro eroe ritorna alla sua vita solitaria in attesa della chiamata. Un giorno, però, lei torna, vestita da ragazza normale. Gli fa una dichiarazione d’amore e gli propone di scappare via insieme nel mondo reale. Lui è tentato ma ha paura, dice no e la mette alla porta. Ma il seme ormai è gettato e fiorisce dentro lui. Poco a poco (grazie alla complicità del figlio del superboss, un adolescente disincantato) comincia ad accorgersi di essere soltanto uno strumento di chi manovra la tecnologia e così prende un martello e sfascia tutto. In preda al furore esce di casa, va alla sede centrale dell’azienda e prende a martellate il super-mega-computer centrale che tutto coordina, vede, decide. Ma non funziona. Il computer, distrutto, risorge magicamente come l’araba fenice e i cavi si riallacciano da soli. Il nostro eroe, quindi, scappa via disperato. Ma la sua azione un effetto l’ha provocato. Le viti del computer si lacerano una ad una e il computer implode in un gigantesco boato. Il nostro eroe finirà inghiottito nel vortice dell’esplosione (lo stesso buco nero che vedeva nella sua mente), per finire in quella spiaggia dei Caraibi. Ma lei non c’è. E’ da solo. Gioca a palla ma si annoia. E’ un po’ come doveva stare Adamo prima che arrivasse Eva. Vede il sole che non tramonta, entra in mare, prende il sole con le sue mani come se fosse una palla e lo butta sotto la linea dell’orizzonte per farlo tramontare. Da solo, sulla battigia, osserva la notte che arriva. Passano i titoli di coda del film e si rimane con l’amaro in bocca e il cuore stropicciato. Ma non è da Terry. Dopo un po’, infatti, si sente la voce di lei/Eva che lo chiama, scherza con lui, e si capisce che stanno insieme.

Questo è il film.

Denso di riferimenti simbolici iconografici, con scenari da grande visione, è in realtà un grandioso film mistico che ci regala la squisita profezia del campione del surrealismo anglo-americano. Forse la via, secondo Gillian,  consiste nell’accettare e riconoscere la nostra vita quotidiana come un vero e proprio Inferno. Ma nel momento in cui lo si comprende, si scopre che il libero arbitrio esiste e rimane la grande imbattibile forza della Specie Umana, l’imbattibile capacità di un Adamo qualunque e di una qualsiasi Eva che scelgono di andarsi a costruire il proprio Paradiso in Terra.

A me, questo film, ha regalato una iniezione di ottimismo e di grande allegria. terry