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di Sergio Di Cori Modigliani

Ieri, nel giorno del Natale, il capo politico del movimento cinque stelle, Beppe Grillo, ha scelto di fare gli auguri a tutti, pescando nell’archivio culturale della memoria collettiva nazionale. Con un post sul suo blog ha voluto interpretare la sintesi del pensiero pentastellato ripubblicando, senza aggiungere alcun commento, un articolo di Goffredo Parise (scomparso nel 1986) che era stato pubblicato sul Corriere della Sera il 30 Giugno 1974. Il post ha prodotto altri articoli e uno scambio di opinioni, all’interno di alcuni circuiti intellettuali ma poco più di zero reazioni tra i pentastellati. Non è un caso. Il testo riportato, infatti, contiene al proprio interno un gigantesco equivoco di fondo, che è stato amplificato come accade quando vengono estrapolati pensieri, commenti, frasi e citazioni dal loro contesto storico originale, facendoli diventare una “twittata” che può indurre a malintesi inquietanti, soprattutto quando appaiono come la proposta ideologica della più importante forza d’opposizione della Repubblica Italiana. L’articolo di Parise era già stato ripreso in almeno dieci diverse occasioni negli ultimi 15 anni. L’ultima volta, nell’estate del 2015. A parlarne era stato uno storico dell’arte italiano Christian Caliandro, che aveva pubblicato un suo scritto sul sito online “linkiesta.it” dal titolo:

Perché sarà la povertà (e non la Grande Bellezza) a salvare l’Italia

“Povertà non è miseria” diceva Goffredo Parise nel 1974, e l’Italia è diventata grande facendo di più con meno. Così possiamo rinascere

 

Qui di seguito ho preso la parte centrale del testo di Parise, per capire di che cosa stiamo parlando. Sosteneva Goffredo Parise nel 1974, ripreso e recuperato oggi da Beppe Grillo:

«Povertà non è miseria, come credono i miei obiettori di sinistra. Povertà non è “comunismo”, come credono i miei rozzi obiettori di destra. Povertà è una ideologia, politica ed economica. Povertà è godere di beni minimi e necessari, quali il cibo necessario e non superfluo, il vestiario necessario, la casa necessaria e non superflua. (…) Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita».

Il punto in questione che, secondo me, rende quest’articolo di Parise fuorviante, se proposto oggi, consiste nella datazione e anche nell’attribuzione di significato che viene dato al termine di povertà. Prendiamo l’estate del 1974, quando lo scrittore veneto decise di pubblicare quell’articolo. Come mai? Perchè lo fece? Come stava l’Italia? E l’Europa? E il mondo?  Era una pacchia. Se paragoniamo l’Italia di allora, di 42 anni fa, con quella di oggi, si potrebbe proprio dire -cifre alla mano- che nel 1974 la vita in Italia e in Europa era una pacchia. Nel 1974 il nostro paese aveva raggiunto il record storico assoluto nella re-distribuzione della ricchezza e del reddito. l’Italia era il paese economicamente più ricco, più prospero, più abbondante di tutto il continente europeo; producevamo e consumavamo il triplo dei tedeschi, il doppio dei francesi e degli inglesi.  Si era immersi dentro una moda culturale, politica e sociale totalmente anti-consumistica. La sanità pubblica era in espansione e sarebbe diventata la più avanzata dell’occidente. L’istruzione pubblica anche. La massima aspirazione di un rampollo della buona borghesia newyorchese consisteva nel venire a fare l’università a Bologna o Firenze. In Usa stava montando il watergate, in Gran Bretagna le battaglie sociali collettive cominciavano a minacciare sul serio la solida struttura del potere oligarchico dell’antica aristocrazia britannica. Il modello consumistico americano era molto lontano dalla nostra cultura e da noi veniva considerato come una mania infantile di un popolo decisamente inferiore, se paragonato agli italiani. Il concetto di “povertà” di cui parlava Parise altro non era che una figura intellettualistica per parlare di un nuovo paradigma politico, dovuto alle gigantesche trasformazioni della società operate dal nuovo benessere. I figli dei contadini scappavano dalle campagne e andavano a lavorare nelle grandi città (allora c’era la piena occupazione) perché aspiravano a entrare nel circuito economico del consumo. Molti intellettuali (Pasolini in testa) videro questa prospettiva con terrore pensando che l’Italia si stava snaturando e si aprì una polemica molto forte e astiosa tra i “pauperisti” e i “modernisti”. Proprio in quell’anno, e proprio a proposito di quell’articolo, intervenendo all’apertura della Festa dell’Unità di Bologna, Enrico Berlinguer decise di affrontare il problema di come si stava trasformando la nostra società, sostenendo due concetti che divennero il perno del suo progetto politico: a) in conseguenza del golpe militare cileno e della guerra fredda, il varo del cosiddetto compromesso storico tra forze in teoria antagoniste, cioè l’incontro tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista per gestire il nuovo benessere; b) la questione morale, da lui presentata come la password necessaria e fondamentale per garantire la salvaguardia del circolo del consumo senza cadere nella trappola del consumismo passivo, perchè l’Etica e la Morale avrebbero vigilato per lottare contro la corruzione e per garantire il massimo equilibrio tra le forze imprenditoriali e quelle salariali. Questa era l’atmosfera di allora. Lo stesso Berlinguer prese ufficialmente le distanze da Parise e dal suo articolo sostenendo che era compito del partito e delle forze progressiste guidare la trasformazione della società portando tutti, nessuno escluso, verso il benessere, favorendo un cosumismo attivo, cioè la logica dei consumi gestita con un’adeguata preparazione culturale e l’applicazione di parametri etici e morali indiscutibili e inappellabili. L’articolo di Goffredo Parise si inseriva in quell’atmosfera.

Riproposto oggi senza alcuna spiegazione, provoca malintesi inquietanti. Perchè oggi il vero nemico dell’Italia e dell’Europa è proprio “la povertà” che, oggi, è simbolicamente difficile distinguere dalla miseria. Quindi capisco se la reazione istintiva, leggendo la presentazione idilliaca di una società depauperata, è di sconcerto e di sdegno. Oggi, 2016, l’Italia ha toccato tre record storici identici a quelli del 1974 ma in termini (ahinoi) rovesciati. Mai prima d’ora, l’occupazione giovanile aveva raggiunto un livello così alto come nel periodo 2008/2016, mai nell’intera storia dell’Italia la sperequazione tra ricchi e poveri era stata così alta come nel periodo 2008/2016, mai in Italia c’era stato un numero di poveri assoluti così alto come nel 2016; a differenza del 1974, inoltre, nel 2016 l’assistenza sanitaria pubblica non è più tutelata, l’accesso all’istruzione di qualità non è più garantito, l’accesso al mercato del lavoro è negato sempre di più. Oggi milioni di italiani che appartengono alla classe media corrono il rischio (e lo sanno benissimo) di diventare nel 2017 più poveri di quanto non lo fossero nel 2015. Presentare, oggi, “la povertà” come un progetto da perseguire per sostenere la logica dell’anti-consumismo è fuori della realtà sociale e psicologica dei ceti più disagiati. L’alternativa non è la povertà contro la ricchezza, bensì un nuovo paradigma economico che imponga la re-distribuzione della ricchezza in modo tale da sollevare decine di milioni di persone proprio dalla povertà. Paradossalmente è il ricco illuminato che può permettersi il lusso di essere povero, nel senso descritto in quel testo.

La “povertà” oggi è miseria, è non avere neanche la possibilità di potersi munire della tecnologia adeguata necessaria per socializzare e aspirare a un lavoro in linea con le tendenze di mercato. Diffondendo l’idea (che nel 1974 aveva tutto un suo specifico senso storico che lo giustificava) che sarà la povertà a salvarci, non si favorisce il ritorno a valori antichi ma si producono enormi equivoci. Il che dimostra che bisogna fare sempre i conti con la Storia e il pensiero va attualizzato, basandosi sui contesti, sulle necessità, sulle circostanze oggettive. Su questi temi, penso che non ci possano essere malintesi e non si debba correre il rischio di equivoci furovianti. Oggi i poveri sono disperati. Ed è dovere politico, sociale, psicologico, esistenziale di farsi carico del loro inconcepibile dolore e fare in modo che si inverta la tendenza.

Per quanto mi riguarda, quindi vale la parafrasi: “non sarà la bellezza e tantomeno la povertà, ma la redistribuzione della ricchezza che ci salverà”.

Buon Anno a tutti.