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di Sergio Di Cori Modigliani

Viviamo in tempi in cui gli economisti vanno di moda e diveggiano sui talk show. Le loro opinioni soggettive vengono presentate al pubblico come se fossero delle verità scientifiche oggettive. Quando gli scienziati “puri” (matematici, fisici, biologi, ingegneri, chimici) ascoltano una intervista a un economista, il quale troppo spesso presenta la propria argomentazione accreditandola di un valore oggettivo, rabbrividiscono. L’economia, infatti, è una disciplina di studio, complessa, nobile, affascinante. Ma non è una scienza. Nel mondo in cui oggi viviamo, gli economisti sono funzionali a determinate scelte politiche e non c’è proprio concorrenza tra loro e gli scienziati, le cui opinioni vengono raramente richieste. Un astrofisico italiano, Francesco Sylos Labini -un attivo ricercatore che lavora presso il Centro Enrico Fermi e l’Istituto per i Sistemi Complessi del Consiglio Nazionale delle Ricerche a Roma- indignato per questa moda dilagante, ha deciso di scrivere un libro per sgombrare il campo da queste pericolose ambiguità. Il saggio si chiama “Rischio e previsione: cosa può dirci la scienza sulla crisi?” ed è da poco uscito pubblicato dalle edizioni Laterza di Bari. Il prof. Sylos Labini mi ha rilasciato quest’intervista per i lettori del blog.

1) Lei è uno scienziato puro, in quanto fisico teorico, è abituato quindi a vedersela con inoppugnabili prove, esattezza indiscutibile e certezza documentata. Perché ha scelto di scrivere questo libro?

La gran parte delle volte, la scienza filtra attraverso i media e raggiunge l’opinione pubblica solo attraverso notizie che cercano di catturare l’immaginario collettivo senza però lasciare una traccia più profonda che permetta lo sviluppo di strumenti concettuali necessari a interpretare la realtà che ci circonda. Si scrive e si parla spesso di galassie, dell’universo, delle particelle elementari in modo da impressionare chi legge e ascolta: per dirla con il filosofo Guy Debord il mondo reale si è trasformato in uno spettacolo che è diventato la principale produzione della società attuale e la ricerca, volente o nolente, non si è sottratta a questa logica.   La scienza può però fornire anche degli strumenti concettuali che sono utili non solo per comprendere la realtà che ci circonda e i problemi della nostra epoca ma anche per aiutare a immaginare delle possibili vie da percorrere che escano dagli angusti sentieri che ci sono imposti ogni giorno dalla narrazione dominante che si propaga da tutti i mezzi di comunicazione. In questo libro mi propongo dunque di mostrare come le idee sviluppate nell’ultimo secolo nell’ambito delle scienze naturali – dalla meteorologia alla biologia, alla geologia e, soprattutto, alla fisica teorica – giochino un ruolo chiave per la comprensione dei problemi alla radice della crisi attuale, apparentemente diversi e non connessi, e possano suggerire soluzioni possibili e originali. Uno dei fili conduttori del nostro percorso nella scienza moderna si propone di rispondere a questa centrale domanda: qual è l’utilità pratica, economica e culturale della ricerca fondamentale? Viviamo in un’epoca che è immersa in una serie di crisi che incidono in maniera molto invasiva sulla vita di tutti noi.  Per questo motivo mi sono proposto di apportare alla discussione pubblica elementi dal mondo della ricerca scientifica: sono convinto che questo sia un compito essenziale nel nostro tempo, in cui l’ideologia e gli interessi economici non solo determinano l’agenda pubblica e dei governi, ma permeano anche la scuola, l’università e la cultura in genere.

 2) L’economia è una scienza? Se non lo è, perché viene accreditata come tale?

L’economia è una scienza sociale, in cui è necessario usare strumenti d’indagine propri delle scienze sociali che toccano sia le scienze dure (metodi matematici, analisi statistiche, ecc.) che le scienze umane (la storia, la sociologia, la giurisprudenza ecc.). Chiunque ha avuto una formazione “classica” in economia conosce bene questi strumenti e conosce i limiti della sua disciplina. Ma quello che è avvenuto negli ultimi trent’anni nel campo della disciplina accademica dell’economia è stato uno snaturamento di questo approccio e la sua sostituzione con un altro tipo di impostazione che si può definire pseudo-scientifica. Bisogna rilevare che mi sto riferendo all’economia “mainstream”, dominante, che è l’economia neoclassica. In questo settore gli “esperti” sono accreditati presso l’opinione pubblica per il loro ruolo tecnico, cioè in quanto detentori delle conoscenze di una disciplina che dovrebbe fornire risposte scientificamente fondate ai grandi problemi della società moderna. Tuttavia quest’apparente veste tecnico-scientifica non corrisponde alla capacità di comprendere la società: anzi, far passare l’economia per una scienza capace di trovare in maniera univoca le risposte alle diverse questioni che riguardano la vita economica di un paese, di una società o di un individuo, è una maniera artificiosa per far apparire le scelte politiche come risultati tecnico-scientifici, e quindi neutri. Questa, a mio parere, è una sorta di truffa intellettuale che va combattuta perché sta creando tantissimi danni e, in ultima analisi, è la causa culturale della crisi economica e politica in cui ci troviamo immersi.

3) Perchè, secondo lei, in Italia, con agghiacciante miopia, i governi in carica, da trent’anni a questa parte, nessuno escluso, hanno scelto di non investire nella ricerca, nell’innovazione e nell’istruzione?

I governi italiani sono sempre stati tradizionalmente molto timidi, per usare un eufemismo, riguardo all’investimento in ricerca e sviluppo. C’è una linea molto chiara che lega i diversi governi nel tempo. Negli anni 60 Giuseppe Saragat, polemizzando con Felice Ippolito sul piano di costruzione delle centrali nucleari, settore in cui all’epoca l’Italia era all’ avanguardia, scriveva “perché non aspettare che questa competitività sia realizzata da paesi che hanno più quattrini?” Sulla stessa scia Silvio Berlusconi per giustificare i tagli operati nell’università e nelle ricerca ha così risposto ad un giornalista “perché dovremmo pagare uno scienziato quando facciamo le migliori scarpe del mondo?” Più recentemente è stato l’economista Luigi Zinagles, molto ascoltato negli ambiti imprenditoriali e governativi  a riassumere  così l’atteggiamento messo in atto dalla politica verso la ricerca: «L’Italia non ha un futuro nelle biotecnologie perché le nostre università non sono a livello; ma con un miliardo e mezzo di cinesi e mezzo miliardo d’indiani che vorrebbero visitare il nostro paese, l’Italia ha un futuro nel turismo». Il motivo di queste posizioni è presto spiegato. L’Italia è diventata ultima l’anno scorso (ma è sempre stata tra gli ultimi) tra i paesi OCSE per quanto riguarda la percentuale di laureati nella fascia di età 25-34 anni: siamo poco sopra al 20% mentre la media OCSE è oltre il 40%, e la media dei paesi della comunità Europea poco mento del 40%. In perfetta linea con questi numeri la percentuale dei manager con laurea o titolo superiore è in Italia del 25%, mentre in Germania e nel Regno Unito del 50% e in Francia del 68% (per l’UE a 27, il 54%). Questi numeri la dicono molto lunga sulla comprensione dell’importanza della ricerca nelle classi dirigenti. Per quanto riguarda la classe politica, stendiamo un velo pietoso.

4) In che modo l’economia e la crisi economica possono essere legate e collegate alla ricerca scientifica?

Il modo la crisi economica può essere legata alla ricerca scientifica è molto diretto. Le politiche economiche neoliberiste, che hanno dominato negli ultimi trenta o più anni, si basano sull’economia neoclassica. Questa sembra essere una scienza come la fisica, poiché si compone di equazioni e modelli matematici. Tuttavia, è davvero scientifica? Dovremmo fidarci delle previsioni dell’economia neoclassica nello stesso modo in cui abbiamo fiducia in quelle, ad esempio, della fisica? Nel libro cerco di fornire fornisce buoni motivi per pensare che l’economia neoclassica è più simile a una pseudo-scienza, come l’astrologia in cui la matematica è usata in maniera dogmatica, che a una vera e propria scienza, come l’astronomia in cui le teorie vengono continuamente, per quanto possibile, messe a confronto con le osservazioni. Infatti, nell’ultimo mezzo secolo la teoria economica neoclassica ha fornito le basi teoriche per sostenere che, al fine di aumentare l’efficienza del mercato, i governi avrebbero dovuto privatizzare le proprie industrie e deregolamentare il mercato stesso. Questo risultato sarebbe dimostrato da raffinate teorie economiche che, attraverso una procedura logico-deduttiva, caratterizzata da un certo rigore formale matematico, avrebbero fornito una serie di teoremi matematici a supporto di tali conclusioni. Tuttavia, studiando le ipotesi alla base dei teoremi matematici utilizzati in economia, si nota una straordinaria differenza tra le condizioni in cui questi si applicano e la realtà: il realismo, al contrario del rigore, è stato del tutto trascurato. A differenza delle teorie della fisica che sono state soggette a un’intensa verifica sperimentale, non sembra che per quanto riguarda l’economia neoclassica ci sia stata una simile tensione per testare le ipotesi su cui si basa attraverso il loro confronto con la realtà empirica.

5) E’ ormai chiaro a tutti che la caratteristica (nonché il problema) principale della società attuale nel mondo globale consista nell’affermazione del principio di diseguaglianza, basato soprattutto su un equivoco voluto del concetto di competizione. Secondo lei, perchè e chi ha generato e provocato questo tragico malinteso? O si tratta di una vera e propria strategia a monte?

Il versetto 25,29 del Vangelo di Matteo recita: «Perché a chiunque ha sarà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha». Ispirandosi a questo versetto è stata coniata l’espressione «effetto san Matteo» per indicare un processo per cui le nuove risorse che si rendono disponibili sono ripartite fra i diversi attori in proporzione a quanto hanno già; più esplicitamente, «i ricchi si arricchiscono sempre più, i poveri s’impoveriscono sempre più». Secondo alcuni questa maniera di distribuire le risorse avvantaggerebbe, attraverso l’effetto trickle down (effetto sgocciolamento dall’alto verso il basso), l’intera società, comprese le fasce di popolazione più povere: i profitti dovuti a investimenti produttivi, come anche alle rendite, sarebbero reinvestiti per creare occupazione e crescita tramite, appunto, un effetto di sgocciolamento dall’alto verso il basso. Mentre lo sgocciolamento non sembra aver migliorato le condizioni delle classi meno abbienti, l’effetto san Matteo ben descrive la dinamica della distribuzione delle risorse nell’era della grande crisi. Come sempre in economia le cose non avvengono per caso e se c’è chi ci guadagna c’è chi ci perde e il conto è presto fatto. L’1% più ricco della popolazione detiene la metà della ricchezza mondiale e la ricchezza della classe media è cresciuta a un ritmo più lento rispetto alla ricchezza della fascia alta e dunque le classi medie si sono impoverite a beneficio di quelle più ricche.  La disuguaglianza è dunque il segno distintivo dell’epoca post-crisi.

6). La maggior parte delle persone ritiene che il debito pubblico sia il problema principale nella gestione dello Stato. Ogni giorno, tutti i media non fanno che ripetercelo. Lei è d’accordo?

Il problema in molti paesi indebitati non è che lo Stato ha speso troppo, ma che la sua spesa è stata poco produttiva: pertanto è necessario considerare non solo la quantità ma anche la qualità della spesa pubblica. Una gestione attenta ed efficiente della spesa pubblica ha permesso allo Stato di agire come investitore chiave per scommettere sulla ricerca ed assumersene l’alto rischio, riuscendo così a creare le condizioni necessarie per produrre innovazione e modellare i mercati del futuro. Questo è un ruolo che solo uno Stato ben amministrato può svolgere, proprio per gli incerti rendimenti dell’investimento nella ricerca di base e per gli eventuali tempi lunghi in cui questi si materializzano.

7). L’intera struttura della scienza e del dibattito scientifico ruota intorno al concetto del rapporto tra Vero e Falso. Il pensiero scientifico, fin dagli albori della civiltà, si muove su un binario virtuale costruendo ipotesi, teoremi e congetture astratte, le quali, però, finiscono poi per avere immediatamente un riferimento e un effetto sulla realtà atomica oggettiva, dimostrando come la mente umana sia in grado non soltanto di leggerla, ma addirittura di inventare la realtà. In virtù di questo principio, secondo lei è possibile riuscire a trovare o postulare una metodologia scientifica di approccio al lessico e alla sostanza comunicativa dei social network sul web dove ciascuno di noi, ogni giorno, si scontra con la produzione e spaccio di clamorosi falsi presentati come veri e verità oggettive trasformate invece come falsità?

La scienza, e in particolari le scienze esatte, si occupano di un dominio molto limitato. Le leggi di natura, come ad esempio quelle di Newton che inizialmente furono formulate per spiegare i moti dei pianeti, furono applicate anche a problemi di chimica e ingegneria e fornirono la base logica per l’intero progresso tecnologico avvenuto dalla loro scoperta. Grazie al confronto tra elaborazione teorica e lavoro sperimentale si è potuta sviluppare una conoscenza molto solida, ancorché limitata, che ha reso possibile lo spettacolare sviluppo tecnologico cui abbiamo assistito nell’ultimo secolo. Uno dei motivi per cui questo è stato possibile può essere identificato proprio nel dominio relativamente limitato e controllato dell’oggetto di studio, come gli atomi e le molecole che formano i solidi, i liquidi e i gas o anche quelle particelle elementari che, a loro volta, formano la materia più complessa; tutti costituenti che obbediscono a leggi deterministiche, universali e immutabili che, per quanto complicate, possono essere approssimativamente definite e conosciute. La scienza procede molto lentamente e a volte è imbrigliata in dei meccanismi sociologici che ostacolano il suo sviluppo ma una delle caratteristiche delle scienza è che non è democratica: non vince una tesi perché ha la maggioranza. Il problema, che non è nuovo, più che gli UFO o i santoni che prevedono il futuro, che ci sono sempre stati, è di arginare la pseudoscienza, ovvero quei campi che hanno l’apparenza di una scienza normale ma che invece sono delle pseudoscienze come ad esempio l’astrologia rispetto all’astronomia. L’economia neoclassica è un perfetto esempio di pseudoscienza. Per identificare e combattere le pseudoscienze è necessario avere degli strumenti tecnici: il mio libro è un tentativo di fornirli anche a chi non ha una preparazione approfondita nelle scienze naturali.

8). L’intera struttura della società iper-liberista ruota intorno al mantra centrale thatcheriano che esclude l’esistenza di una possibile alternativa all’affermazione del capitalismo avanzato tecnocratico e all’abbattimento del welfare. Secondo lei, se un’alternativa c’è, qual è? Come dovrebbe essere spiegata? E come contribuire alla sua costruzione?

Il percorso per uscire dal tunnel è sicuramente lungo e faticoso poiché la crisi in cui siamo immersi è frutto di una deriva culturale che si è originata proprio agli inizi degli anni ottanta. Recentemente ha detestato un certo clamore un articolo di due economisti del Fondo Monetario Internazionale in cui, forse per la prima volta da quella fonte, discutono in maniera esplicita i limiti e i problemi  dell’agenda neoliberista. Questa, scrivono, consiste in due punti: Il primo è avere una maggiore concorrenza raggiunta attraverso la deregolamentazione e l’apertura dei mercati nazionali, compresi i mercati finanziari, alla concorrenza estera attraverso la rimozione delle restrizioni ai movimenti di capitali attraverso i confini di un paese. Il secondo è un ruolo minore per lo Stato, raggiunto attraverso la privatizzazione delle sue industrie e di alcune sue funzioni di governo (sanità, istruzione, ecc.) e attraverso l’imposizione di limiti alla capacità dei governi di ricorrere a deficit fiscali e ad accumulare debiti (le politiche di austerità): frenare la dimensione dello stato è un aspetto chiave del programma neoliberale.  I due economisti, per la prima volta in maniera chiara, riconoscono dunque che le politiche di austerità, frutto dell’agenda neoliberale,  non solo generano ingenti costi sociali ma aggravano la  disoccupazione nonché la frequenza della crisi. Insomma mentre i benefici in termini di aumento della crescita sembrano abbastanza difficili da stabilire i costi in termini di aumento della disuguaglianza sono enormi. E l’aumento della disuguaglianza a sua volta sfavorisce il livello e la sostenibilità della crescita (che, ricordiamoci sempre, non è lo sviluppo!).   Il ripensamento delle politiche economiche neoliberiste, che hanno dominato negli ultimi trenta o più anni, deve però passare per una discussione culturale dell’ideologia e soprattutto della (pseudo) scienza sui cui sono basate, cioè dell’economia neoclassica che ormai domina incontrastata sia nell’accademia che nel senso comune. Tuttavia, se alcuni commentari hanno scorso in questo documento “la morte del neoliberismo vista dall’interno”  questo ripensamento è molto difficile da essere attutato finché i principali consiglieri dei governi (e del nostro in particolare) continueranno a essere selezionati da quella schiera di economisti cresciuti a pane e ideologia neoliberista e che non sono in grado neppure di iniziare una discussione argomentata sul tema. In questo bisogna dare atto ai due economisti del FMI di essere anni luce lontani dalle patrie paludi.

9). Come è noto, non è mai esistita sul pianeta Terra una società e una civiltà che abbia volutamente perseguito la produzione e la proliferazione dell’ignoranza e della diseducazione manipolatoria delle masse dei cittadini, ritenendola una pratica suicida. Perchè l’attuale sistema globale politico, secondo lei, ritiene invece che in questa fase che noi stiamo vivendo, sia per loro una soluzione vincente?

Perché siamo entrati una logica predatoria che è stata acuita dalla crisi economica tanto che sembra non ci sia alternativa alla dilagante legge del più forte – un malinteso darwinismo sociale – oggi in auge. La crisi economica non ha solo messo in ginocchio l’economia di tutto il mondo ma si somma  a una crisi politica, e, prima di tutto, a una crisi culturale, e anch’essa ha un respiro globale. Sembrano essere scomparse le grandi utopie che hanno dominato il recente e prossimo passato. Uguaglianza, libertà, fratellanza, fino a qualche decennio fa parole guida, hanno perso rilevanza in un periodo storico in cui le disuguaglianze sono molto più marcate che in passato, la libertà si è ridotta progressivamente in nome dell’emergenza terroristica per garantire la sicurezza, e la solidarietà è sopraffatta dalla prepotenza o dall’indifferenza. Inoltre, la possibilità di migliorare la propria situazione appare sempre più remota proprio a causa di disuguaglianze diventate insormontabili, ed è così decaduto anche il ruolo dell’istruzione superiore come volano per la mobilità sociale. La grande crisi che stiamo attraversando, prima di essere economica e sociale, è dunque una crisi politica e culturale che ha investito tutta la nostra società.

10). Secondo lei, anche dal punto di vista teorico, la comunità degli scienziati è contaminata da urgenze e opportunistiche necessità mediatiche che finiscono per inserirla a pieno titolo dentro la società dello spettacolo continuo?

Come ho detto prima la logica neoliberale ha invaso anche la scienza. La ricerca scientifica non è esente da questa crisi, ma anzi la subisce in modo particolare. Da una parte la penuria di risorse è diventata un problema strutturale in molti paesi, in particolare dell’Europa meridionale, con tanti giovani scienziati che hanno risibili possibilità di continuare a svolgere l’attività di ricerca in modo stabile. Dall’altra parte l’esasperata competizione sta drogando e stravolgendo il lavoro dei ricercatori, e la ricerca scientifica sta cambiando completamente il suo corso, negativamente, per effetto di questa pressione.

11). Quali prospettive realistiche di cambiamento, in tempi brevi (diciamo nel prossimo biennio) esistono per noi cittadini inermi e spaesati? E come muoversi per tentare e cercare di costruire una realtà diversa che sia efficace ed efficiente?

E’ una domanda questa la cui risposta è molto difficile perché dipende da troppe variabili. In sintesi possiamo affermare che solo un rinnovato impegno civile da parte di un numero consistente di persone può invertire la rotta che sembra ormai impossibile da cambiare. Ma mentre nel caso dei fenomeni naturali non si può intervenire sulle leggi che regolano la loro dinamica, nel caso dell’economia e della politica queste leggi sono frutto delle decisioni umane e dunque possono essere cambiate dall’azione politica. Bisogna sempre aver presente  questo fatto.

12) La comunità degli scienziati può contribuire alla formazione di una nuova consapevolezza civica e civile? Come?

Il nostro paese, ma anche l’Europa nel suo insieme, è in crisi. Forse quello che finora non è abbastanza chiaro è che a essere in profonda crisi è il cuore pulsante della sua promessa di sviluppo: la ricerca. Per questo motivo è necessario ripensare il ruolo dell’istruzione avanzata e della ricerca in una società post-industriale. Per prima cosa bisogna considerare che lo sviluppo economico, se non accompagnato da uno sviluppo civile, porta a un imbarbarimento: dunque il primo e fondamentale scopo della ricerca e dell’istruzione deve essere quello di elevare la cultura in generale. Ho avuto l’onore di promuovere insieme ad altri scienziati di diversi paesi europei un manifesto che denuncia, in modo forte e chiaro, lo stato di abbandono in cui versa la ricerca nel Vecchio Continente. Sono convinto che prima di essere uno scienziato sono un cittadino: l’impegno militante di ciascuno di noi per costruire una società più giusta deve essere un dovere morale verso le nuove generazioni

13). Che cos’è che l’ha spinta a scrivere questo libro?

Come abbiamo spiegato in precedenza, ho il privilegio di passare gran parte del mio tempo cercando di risolvere problemi di fisica teorica che sono piuttosto lontani dalla vita di tutti i giorni. Vivo però in un paese, l’Italia, che si trova immerso in una serie di crisi che mi toccano da vicino come scienziato e, soprattutto, come cittadino, ed è per questo che mi sono proposto di apportare alla discussione pubblica elementi dal mondo della ricerca scientifica: sono convinto che questo sia un compito essenziale nel nostro tempo, in cui l’ideologia e gli interessi economici non solo determinano l’agenda pubblica e dei governi, ma permeano anche la scuola, l’università e la cultura in genere.