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di Sergio Di Cori Modigliani

Il grande scrittore tedesco Wolfgang Goethe sosteneva che noi tedeschi andiamo pazzi per le femmine italiane e nei suoi diari di viaggio racconta il suo arrivo a Roma con dovizia di particolari estetici sulle nostre donne.

Nella mia quotidiana passeggiata intrisa di appassionanti dialoghi con i morti, uno dei più grandi poeti, scrittore, romanziere, drammaturgo tedesco dello scorso secolo mi ha inviato una sua missiva dall’aldilà (dove riposa dal 1956) che io giro a voi, come di consueto.

Non dimenticherò mai quella giovane rossa di capelli che sembrava prender fuoco da sola, mi ha anche detto, riferendosi a un episodio accaduto 60 anni fa, quando l’istituto magistrale Margherita di Savoia, in quel di Ferrara, aveva inviato a Berlino, nel corso delle vacanze pasquali, la preside, due insegnanti e un’intera classe di studentesse adolescenti. Contemporaneamente venivano da noi delle liceali tedesche da Bonn. Erano i primi vagiti dell’Unione Europea che sarebbe stata fondata di lì a breve a Roma, nell’estate del 1957. Scambi scolastici e una trasmissione televisiva che si chiamava “giochi senza frontiere” erano i due pilastri intorno a quali ruotava l’impegno finalizzato alla costruzione di una nuova coscienza collettiva transnazionale. E così, le allieve di Goro arrivano a Berlino dove, in seguito a precedenti impegni, si trovava per caso il più famoso poeta tedesco che abitava a Berlino est non ancora divisa da quella ovest dal muro che sarebbe stato costruito soltanto cinque anni dopo. Il bardo teutonico rimase folgorato dalla ragazzina, dalla sua voce, dalla sua sensualità. Più tardi, una volta arrivata al successo in patria, noi italiani l’avremmo soprannominata, per l’appunto “la pantera di Goro”. Famosissima negli anni’ 60 e ’70, si chiamava  Milva. L’autore tedesco le regalò una sua poesia scritta in esilio, quando era ospite non gradito (si detestavano cordialmente) a casa di Thomas Mann a Hollywood, entrambi esuli. E così, quando lei ritornò a casa si era guadagnata i diritti per l’uso di quel poema e raccontava a tutti il suo incontro con il grande poeta. Quando, pochi anni dopo, Giorgio Strehler venne a sapere questa storia, la volle conoscere, incontrare e farsi raccontare ogni dettaglio, dando vita a un prolifico incontro creativo tra i due.

Mi è sembrato il momento opportuno per condividere con voi la mia lettera dall’aldilà di questo fine dicembre. Ieri era un racconto narrativo sotto forma di apologo, oggi è uno squillo di tromba sotto forma di poesia.

 

 

LODE DELLA DIALETTICA

L’ingiustizia oggi cammina con passo sicuro.
Gli oppressori si fondano su diecimila anni.
La violenza garantisce: Com’è, così resterà.
Nessuna voce risuona tranne la voce di chi comanda
e sui mercati lo sfruttamento dice alto: solo ora io comincio.
Ma fra gli oppressi molti dicono ora:
quel che vogliamo, non verrà mai.

Chi ancora è vivo non dica: mai!
Quel che è sicuro non è sicuro.
Com’è, così non resterà.
Quando chi comanda avrà parlato,
parleranno i comandati.
Chi osa dire: mai?
A chi si deve, se dura l’oppressione? A noi.
A chi si deve, se sarà spezzata? Sempre a noi.
Chi viene abbattuto, si alzi!
Chi è perduto, combatta!
Chi ha conosciuto la sua condizione, come lo si potrà fermare?
Perché i vinti di oggi sono i vincitori di domani
e il mai diventa: oggi!

Bertolt Brecht. Los Angeles, California 1942