Seleziona una pagina

copertina ballardini

 

presentazione

 

di Sergio Di Cori Modigliani

 

E’ uscito in questi giorni in libreria il nuovo libro di Bruno Ballardini, pubblicato dall’editore Baldini & Castoldi di Milano. Si chiama “Il marketing dell’apocalisse” e parla dell’Isis, un argomento quindi di stretta attualità.

L’aspetto affascinante di questo libro sta nella personalità dell’autore, che non è un giornalista italiano e non proviene da quella storia (direi per sua fortuna). E’ uno scrittore che viene da una ventennale esperienza nel campo della pubblicità e del marketing operativo. Attualmente insegna scienze della comunicazione ed ha al suo attivo, tra i diversi testi pubblicati, una vera chicca uscita qualche anno fa presso Minimum fax, che si chiama “Gesù lava più bianco”, divenuto un libro culto per tutti coloro che si occupano dei rapporti tra politica, comunicazione e istituzioni. In questo testo, Ballardini spiegava la perfetta organizzazione comunicativa della Chiesa e la sua capacità organizzativa a fini mediatico-economici che l’hanno resa la più importante multinazionale del pianeta.

Con lo stesso tipo di approccio laico e disincantato ci racconta la struttura e la spina dorsale dell’Isis, producendo una serie di documenti inediti, in un lavoro davvero interessante che è il frutto di mesi e mesi di ricerche sui siti islamici e di visione dell’intera produzione video dell’Isis. E’ uno strumento molto utile (oltre che divertente) per chiunque sia interessato a comprendere che cosa è l’Isis, di che cosa in realtà si occupa, qual è la sua strategia e soprattutto, che cosa vuole da noi. Proprio perché non è un giornalista, Ballardini, al di là della sua opinione personale sull’intera vicenda, ci regala la spiegazione tecnico-operativa dal punto di vista della comunicazione mediatica.

L’ho incontrato una decina di giorni fa a Roma in una libreria, nel corso della presentazione ufficiale del libro in uscita. Mi ha rilasciato una intervista, in esclusiva per questo sito. Lo ringrazio per l’attenzione.

Buona lettura.

 

1). Il tuo libro si chiama “il marketing dell’Apocalisse”. E’ una novità storica da attribuire a questi tempi attuali, oppure è semplicemente una variazione sul tema e questo è l’attuale trend in corso?
La parola “Apocalisse” non è usata a caso: è ciò di cui vuole veramente farsi portatore l’ISIS. Loro si ritengono i messaggeri della fine dei tempi e fanno costantemente riferimento a un mito contenuto nei testi islamici secondo cui un giorno – che per loro arriverà molto presto – il mondo assisterà allo scontro finale tra le forze del Bene (l’Islam) e le forze del Male (il cristianesimo) e Allah sarà testimone della vittoria definitiva dell’Islam. Questo scontro dovrebbe avvenire in una località nel nord della Siria chiamata Dabiq. Non a caso, “Dabiq” è anche il nome della rivista dell’ISIS, un mensile impaginato con una grafica modernissima che richiama quella dei nostri migliori magazine patinati. Loro credono che sia ormai arrivato il momento dell’Apocalisse e nello stesso tempo fanno di tutto, sul campo di battaglia come pure sui media, affinché si realizzi. È una loro abitudine agire contemporaneamente su più livelli per conseguire la vittoria finale: credono nella profezia ma nello stesso tempo lavorano per assicurarsi che si avveri.

2). Si potrebbe definire il comportamento dell’Isis come un atto di sfida mediatica nel campo dei media rivolto proprio a coloro che li controllano e li possiedono?
Sicuramente è anche questo. L’attacco è volto a dimostrare la drammatica debolezza della rete e tutti i suoi punti di vulnerabilità, ma prima di tutto a sfruttarla. Un po’ come fanno i programmatori che creano virus informatici per poi favorire la realizzazione di un vaccino. L’ISIS in un certo senso si è comportato come un virus mediatico e si è diffuso immediatamente nel nostro sistema dell’informazione senza però incontrare anticorpi. L’attacco è stato portato da gente esperta, con una capacità strategica, creativa e una “potenza di fuoco” paragonabile a quella di un grande network dell’advertising con i suoi copywriter, gli art director, i registi. Le “case di produzione” dell’ISIS non sono affatto quelle due che ormai conoscono tutti, cioè al-Furqan e al-Hayat, ma sono decine e decine e sfornano a getto continuo prodotti mediatici destinati a colpire vari tipi di audience. Prodotti efficaci, perfettamente mirati a target specifici e realizzati in modo impeccabile. Inoltre, sfruttano la bidirezionalità della rete per ottenere costantemente feedback sulle loro azioni di comunicazione e perfino per “ascoltarci”. In diverse occasioni, i loro video sono stati una risposta puntuale alle reazioni dei nostri media verso messaggi precedenti. È impressionante avere la netta sensazione di essere ascoltati da qualcuno che sta in Internet e ci osserva silenziosamente. È la prima volta che la rete è stata sfruttata in modo così completo con tutte le sue potenzialità.

3). Tu sostieni che l’Isis ha costruito una grossa e seria unità produttiva di video, molto high tech e ciò che loro vogliono comunicare pressappoco dovrebbe equivalere a “quello che voi vedete nei vostri video-giochi e lo vivete nel virtuale noi lo facciamo nella realtà”!
Questo è lo slogan che hanno messo sul videogame “Grand Theft Auto” opportunamente hackerato e modificato graficamente per ambientare le scene in Siria. Ma in realtà c’è un’intera “pedagogia dell’ISIS” diretta alle giovani leve e agli aspiranti mujaheddin con una gran produzione di testi e perfino videogiochi. Parlo di “pedagogia” perché l’approccio è graduale e parte dal gioco, dal videogame per computer o per cellulare, e arriva ai video reali dove si vede ammazzare veramente della gente ma il punto di vista è ancora quello di un videogame “sparatutto” (tecnicamente FPS, ovvero “first person shooter”) e sul monitor, in basso, si vede in soggettiva l’arma da fuoco impugnata da chi sta sparando. Come dicevo, questo “programma didattico” è strutturato in modo graduale per far sì che i giovani percepiscano le stragi come una specie di “gioco per adulti”, vi si abituino subito e anzi non vedano l’ora di potervi partecipare, facendole diventare così la loro massima aspirazione.

4). Che cosa intendi quando sostieni che “l’Isis è l’11 settembre della rete”?
Io l’ho vissuto un po’ come l’attacco alle torri gemelle. In poche sere ho visto la rete sgretolarsi e collassare come i grattacieli di New York. Per il modo in cui l’hanno usata, è diventata subito la più potente cassa di risonanza per il terrore e così è stato dimostrato che, usando Internet in un certo modo, può diventare anche un’arma micidiale. Questa evidenza ha smentito brutalmente tutti gli entusiasmi illuministici della prima ora, ovvero tutta quell’euforia che per anni abbiamo vissuto verso il nuovo medium che, secondo i primi guru dei media, avrebbe cambiato il mondo migliorando perfino le coscienze. Queste erano le balle che ci raccontavamo. In realtà un medium non può fare nulla di tutto questo, è uno strumento passivo perfino quando è interattivo e, messo in mano a dei selvaggi, quali ancora noi siamo, può diventare perfino uno strumento di dominazione e di controllo globale, cioè in definitiva il più grande pericolo per la nostra civiltà, come ha sostenuto recentemente Assange.

5). La regia dei video dell’Isis mescola Vero a Falso in maniera sapiente. Che tipo di regia c’è secondo te?
Una regia molto abile non solo cinematograficamente ma anche sul piano psicologico. Questa è roba da PsyOps, ovvero guerra psicologica, quella scienza bellica in cui oggi eccellono gli americani. Per questo non riesco a immaginare che provenga da quei dementi fanatici che si vedono nei video ma sia costruita a tavolino da esperti di strategie di comunicazione. Non sto esagerando: io sono perfettamente in grado di riconoscere la “mano”, è gente che ha fatto il mio mestiere. Questi non sono più i video rozzi di al-Qaeda, che all’epoca servivano solo per lanciare comunicati politici come fanno tutti i gruppi terroristici che si rispettino. Qui siamo ad un livello assolutamente più alto, che non è minimamente paragonabile con ciò che è stato fatto finora nella propaganda terroristica. Questa è la Hollywood della propaganda.

6). Secondo te siamo preparati agli attacchi dell’Isis?
Assolutamente no. Quando Alfano ha dichiarato di aver rafforzato la sorveglianza sui nostri monumenti, il giorno dopo è bastata una decina di ultras del calcio per distruggere la fontana della Barcaccia a piazza di Spagna a Roma. Figuriamoci. Quando è uscito il quarto numero della rivista “Dabiq”, quello con la bandiera dell’ISIS issata sull’obelisco di piazza San Pietro, tutto quello che hanno saputo fare i nostri apparati di sicurezza è stato di rafforzare la sorveglianza a piazza San Pietro! Capito? Peggio che nelle barzellette sui carabinieri! Ora siccome sui canali ISIS è da mesi che si parla di un attentato in Europa che “farà dimenticare l’11 settembre”, la prima cosa che mi preoccuperei di fare sarebbe di prendere adeguate misure per proteggere le metropolitane e gli acquedotti. Perché soltanto dei minus habens possono immaginare che l’ISIS ci attaccherà con un’invasione di gommoni oppure manderà qualcuno a farsi esplodere al centro di Roma. C’è stato un momento in cui in Parlamento sembrava che ci si preoccupasse di più dei nostri monumenti che delle persone. Era un riflesso condizionato: a forza di inseguire il consenso e di adattarsi agli umori del popolo, perfino le nostre istituzioni si lasciano suggestionare dalla propaganda. «Arriveranno con i gommoni!», oppure «Ci lanceranno i missili di Gheddafi!» (quando si sa che la gittata di uno Scud-B è di 250 Km. e da Sirte, al massimo, arriva a Lampedusa), e così via. È facile perdere la testa quando si è disinformati. È esattamente quello che vuole l’ISIS: che noi si perda la lucidità.

7). Che cosa NON ci dicono i nostri telegiornali?
Non ci dicono nulla. Nulla che vada oltre l’ovvio e aiuti a capire meglio quello che succede. Ci sono pochi giornalisti che hanno fatto il loro dovere professionale, come Medyan Dairieh, reporter di VICE che è stato ben tre settimane con l’ISIS per documentare da dentro come funziona lo Stato Islamico, così ha fatto Jürgen Todenhöfer free lance tedesco, così ha fatto la CBS più volte. E dove non c’era modo di arrivare sul territorio qualcuno ha trovato ugualmente il modo di ottenere interviste con membri dell’ISIS tramite intermediari, come ha fatto Roozbeh Kaboly, redattore di politica estera per il programma Nieuwsuur alla tv olandese. Mentre da noi? Corrado Formigli si è fatto mandare a Kobane dove i curdi combattevano, per apparire in tv con l’elmetto e il giubbotto antiproiettile e poter dire: «Sentite questi spari? Laggiù stanno sparando…» Tante grazie! Lo sappiamo anche noi che stanno sparando! Non c’era bisogno di andare fin laggiù, un anno dopo che era scoppiato il casino per poi non spiegarci nulla sull’ISIS. E questo è il massimo per nostro giornalismo, perché tutti gli altri stanno dietro la scrivania a fare copia-incolla di notizie di seconda mano, o commentando nei talk show dei video che non hanno nemmeno visto. Ecco, da noi anche l’orrore peggiore diventa subito oggetto di talk show, intrattenimento. D’informazione vera nemmeno l’ombra. Posso dire queste cose perché ci sono gli esempi stranieri che ho citato che hanno dimostrato che è possibile farlo, armati di quella che secondo me è la qualità indispensabile per un giornalista: l’insopprimibile desiderio di sapere la verità.

8). Perchè ci tengono disinformati?
Per due motivi fondamentali: il primo è che non sono proprio capaci di informare. Il giornalismo italiano è malato di una vecchia malattia: si preferisce commentare invece che informare. I nostri giornalisti preferiscono restare alla superficie senza approfondire (che è troppo faticoso per loro) e raccontare piuttosto la loro opinione che nessuno ha richiesto e che a noi non interessa. E il secondo motivo è che in altri casi non vogliono proprio informarci: c’è il rischio che l’opinione pubblica venga destabilizzata, reagisca in un modo che non è più possibile controllare e magari cambi atteggiamento verso il Paese che governa (o cerca di governare) la geopolitica in tutto il mondo: gli Stati Uniti. E questo sono gli Stati Uniti a non volerlo. Per questo mandano continuamente in tv gente come Luttwak a cercare di “orientare” la nostra opinione pubblica.

9). Che cosa possiamo e dobbiamo fare nelle nostre modeste possibilità?
Primo, spegnere la televisione e imparare ad andare a caccia di notizie su Internet. È sicuramente più faticoso ma bisogna cambiare atteggiamento e abituarsi ad avere un ruolo attivo nell’informazione. Bisogna pretendere di essere informati e non subire passivamente tutto quello che ci dicono. “Pretendere” significa letteralmente andarsi a prendere l’informazione, procurarsela. È come andare a caccia. Per troppo tempo abbiamo delegato ai giornalisti il ruolo di intermediari fra noi e le fonti e loro se ne sono approfittati lavorando con sciatteria e pressappochismo. Avremmo dovuto spegnere la televisione da un pezzo, è un elettrodomestico obsoleto come lo è il software (i giornalisti) che lo fa funzionare. In secondo luogo, è sempre meglio seguire la stampa internazionale su Internet, che è un filino più informata ma soprattutto ha una grandissima capacità di analisi che i nostri giornalisti televisivi non hanno assolutamente. «Eh, ma è scritto in inglese!», diranno in molti. E allora? Smettiamola di sguazzare nella nostra ignoranza provinciale. Esistono i traduttori di Google per tradurre automaticamente in italiano le pagine web. Saranno forse traduzioni sommarie ma almeno si capisce il senso di un articolo! E spesso si tratta di un giornalismo molto molto migliore del nostro. Dice: «Ma tu dove hai trovato le notizie sull’ISIS?» Me le hanno fornite loro! Basta stare sui canali dell’ISIS: loro sono lì per raccontare quello che stanno facendo! Possibile che nessun giornalista italiano l’abbia fatto? Possibilissimo. Per questo adesso proliferano pretese società private di intelligence e di analisi del terrorismo che offrono abbonamenti alle testate fornendo loro quello che i giornalisti potrebbero benissimo procurarsi da soli in rete se non fossero così cialtroni.

10). In conclusione, ritieni che il marketing dell’apocalisse finirà per contagiare la struttura dell’immaginario collettivo dell’occidente accelerando un processo generale di scontro e di perenni conflitti?
Il marketing dell’Apocalisse non è altro che la fase finale del marketing, una disciplina che viene dalla guerra. Oggi il marketing è diventato qualcosa di più di un metodo, è diventato una forma mentis. Se n’era accorto per primo Baudrillard, ed è ora che cominciamo ad accorgercene anche noi. Perché si è diffuso così tanto questo “metodo”? Perché purtroppo funziona. Funziona egregiamente quando occorre invadere un territorio: fisico o mentale, è la stessa cosa. Quando c’è da convertire qualcuno, vincere le sue pur giuste resistenze e portarlo ad aderire alla propria ideologia o alla propria visione del mondo. Perché, invece, non lavorare tutti per costruire un mondo in cui al posto della competizione e della guerra continua di tutti contro tutti il valore più alto sia il rispetto reciproco e non la smania di uscire per forza sempre vincitori da un confronto? La cooperazione, lo scambio non sono confronto, non implicano che qualcuno debba per forza “vincere”. È un’idea idiota. Si vince solo tutti insieme. Se qualcuno perde, allora abbiamo perso tutti. Noi viviamo ancora l’eredità di un periodo in cui il turbo capitalismo ha imposto dei modelli idioti. Vi ricordate qual era la parola più in voga negli anni ’80? “Vincente”. Tutto doveva essere “vincente”: un’auto vincente, un partito vincente, una bevanda vincente… Ci siamo bevuti questo fascismo culturale per anni. E adesso che la nostra economia è diventata perdente proprio grazie a quei modelli, credo che dobbiamo urgentemente rimettere in discussione il capitalismo e la “civiltà” che ha generato. Ricominciamo dagli scambi e dalle relazioni. Il commercio potrebbe tornare ad una fase antica, precedente a quella del capitalismo perché, mettiamocelo bene in testa, il capitalismo è sempre stato fondato sulla guerra, si è nutrito di guerra. Torniamo ad una fase in cui nessuno deve più vincere sull’altro ma si collabora insieme a condividere o a scambiare ciò che si ha da offrire, in piena armonia e con vantaggio di tutti. Me lo chiedo da vecchio anarchico, e non per questo mi sento un demente sognatore: sarebbe tanto difficile invertire tutti insieme il senso di marcia della nostra civilizzazione “video-cristiana”? No perché, come alternativa, dall’altra parte, c’è solo l’Apocalisse. Quella vera.