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pastadi Sergio Di Cori Modigliani

I GIOVANI SCENDONO IN CAMPO

“Voglio andare a vivere in campagna”. Era il titolo (e anche il tormentone) di una canzone lanciata al Festival di Sanremo 1995 da Toto Cutugno. Vent’anni dopo, i giovani italiani sembrano aver preso alla lettera quel “suggerimento”. Stando alle ultime rilevazioni dell’Istat, infatti, già da qualche anno il numero di under 35 occupati nel settore agricolo è in continuo aumento: + 5,4% nel 2014, con quasi 20 mila posti di lavoro in più per gli under 30 (in crescita del 12,7%). L’agricoltura odierna, infatti, non è più (solo) sudore e sacrificio, ma è fatta di idee, innovazione, creatività, cultura e professionalità.

Lo sanno bene gli studenti delle facoltà di Agraria presenti nel nostro Paese, le cui iscrizioni sono aumentate del 40% negli ultimi sette anni. Sulla base di un’indagine condotta dalla Conferenza nazionale per la didattica universitaria di Agraria, che raggruppa 25 sedi universitarie pubbliche e private che organizzano e gestiscono corsi universitari legati a queste tematiche, le immatricolazioni alle lauree triennali dell’area agroalimentare in Italia sono passate dalle 4.909 dell’anno accademico 2006-07 alle 9.686 del 2013-14.

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Agricoltura 2.0

Ma chi sono questi nuovi agricoltori? Innanzitutto sono diversi dai loro padri e dai loro nonni. Hanno tutti infatti un alto tasso di scolarizzazione, una spiccata propensione per l’innovazione, a prescindere da quello che l’azienda produce. Secondo una ricerca condotta dal magazine Wired e IBM, la multinazionale informatica, e promossa da Coldiretti Giovani su un campione di 429 imprese, la tecnologia è uno dei driver principali che guidano le nuove generazioni “agricole”: il 75% degli intervistati, infatti, è interessato a big data, droni e genomica(branca della biologia che studia il patrimonio genetico degli organismi viventi); il 30% ha in programma di utilizzare a breve queste innovazioni, mentre il 10% le sta già applicando al proprio lavoro. Inoltre, i giovani sono attenti e sensibili alla comunicazione dei propri prodotti: il 73% delle imprese da loro guidate è già presente sul web e sui social network. Il prossimo passo? Investire nell’e-commerce, per il momento ancora poco sfruttato: solo il 28% dispone già di una piattaforma per il commercio elettronico.

Un mestiere che parla di innovazione

Insomma, sono lontani i tempi in cui si parlava solo di campi e contadini. L’imprenditore agricolo oggi è hi-tech e specializzato. E creativo. Sono sempre di più, infatti, le attività legate all’agricoltura, e le sinergie con cultura e turismo lasciano intravedere grandi prospettive. Il 70% delle imprese gestite da under 35, sempre secondo Coldiretti, l’associazione dei coltivatori italiani, opera in attività che vanno dalla trasformazione dei prodotti alla vendita diretta, fino all’apertura difattorie didattiche e agli agriasilo, vere e proprie scuole materne in spazi agricoli. E poi ci sono numerose altre attività come la cura dell’orto e i corsi di cucina in campagna, l’agricoltura sociale per l’inserimento di disabili, detenuti e tossicodipendenti, la sistemazione di parchi, giardini, strade, l’agribenessere e la cura del paesaggio o la produzione di energie rinnovabili.

Agricoltura, eccellenza del made in Italy

In campagna, quindi, ci sono tante cose da fare. E se l’agricoltura continuerà a essere una delle vere eccellenze italiane, probabilmente sarà anche merito dei giovani di oggi. Anche perché i risultati sembrano dare ragione a chi ha scelto questo settore: secondo l’ultimo rapporto di Symbola, fondazione che si occupa di promuovere la qualità italiana, il nostro Paese detiene una delle prime tre quote di mercato al mondo per 77 prodotti, e tra questi ce ne sono 23 – tra cui pasta, pomodori, aceto, olio, fagioli – in cui siamo primi.

Il merito di questi risultati è da attribuire anche alla grande qualità delle nostre produzioni e, di conseguenza, dei nostri produttori. Non esiste, infatti, un’agricoltura in Europa che sia in grado di generare valore aggiunto come quella italiana. Basta dare un occhio ai numeri: da noi, un ettaro di terra produce 1.989 euro di valore aggiunto: 800 euro in più della Francia, il doppio di Spagna e Francia, il triplo dell’Inghilterra. Voliamo alto, quindi. Tenendo i piedi per terra. Letteralmente”.

Fine dell’articolo.

Non l’ho scritto io.

E’ stato pubblicato dall’ufficio studi dell’Istat e dalla segreteria del ministero per lo sviluppo economico in data 18 Marzo 2016 e diffuso dal sito della borsa italiana, come è noto di proprietà della finanza inglese. Infatti, in quel mese, in quel di Gran Bretagna si parlava della grande sorpresa italiana -cifre alla mano- nel constatare che la notizia economica del giorno in Europa consisteva nel fatto che il meridione italiano, come ben sappiamo bistrattato, dimenticato, devastato, distrutto, disoccupato, in verità (ricordate questa locuzione, utile per comprendere la chiave del post) stava dando dei risultati positivi di evoluzione, ripresa ed espansione, che provocavano rispetto e invidia in tutta Europa. L’Italia agricola, l’Italia delle campagne meridionali, i nostri prodotti della terra, venivano presentati al mondo come l’avanguardia in Europa. Ecco qui di seguito il titolo e il link per andare a controllare la fonte originale.

I GIOVANI SCENDONO IN CAMPO. 18 Mar 2016.

L’agricoltura italiana sta riscoprendo un nuovo boom grazie a innovazione e ricerca. E alla competenza (e alle braccia) delle nuove generazioni. http://www.borsaitaliana.it/notizie/food-finance/food/agricoltura.htm

La questione era già nota a chi segue l’andamento dell’economia italiana, tanto è vero che la giornalista Cristina da Rold, il 4 ottobre del 2014, quando l’Italia già stava dando segni di oggettiva ripresa, scriveva sulla rivista “wired” un bel pezzo proprio su questo argomento. (http://www.wired.it/economia/business/2014/04/10/bozza-agricoltura/ cristina da rold) Anche nell’agroalimentare – qui è il caso di parlare proprio di agroalimentare come tout court – a trainare l’economia sembra quindi essere il centro sud, in linea con il trend registrato sempre da Unioncamere, sulla situazione imprenditoriale generale nel nostro paese. In particolare è la Basilicata la regione italiana in cui le aziende agricole rappresentano la fetta più grande sul totale delle imprese, rispetto alle altre regioni, con una percentuale che supera il 30%, seguita a poca distanza dal Molise con il 29,8%. Fanalino di coda invece la Lombardia, con un 5,2% di imprese agricole sul totale. Anche per quanto riguarda l’industria alimentare, è il sud a farla da padrone e in modo ancora più netto: le prime otto posizioni in classifica sono occupate infatti proprio da regioni del sud, Calabria e Molise in primis. Un’ultima differenza che emerge dai dati AgrOsserva tra il settore agricolo e l’industria alimentare riguarda ancora una volta il sistema dell’imprenditoria femminile. Sebbene parlando globalmente di agroalimentare, nel 2013 i dati parlino di un 30% di donne imprenditrici, solo l’8% delle aziende agricole nel sud sono gestite da donne, contro il 33% al centro e il 25% al nord. Diversa è invece la situazione nell’industria alimentare, dove le donne al sud sono il 26,4% delle imprenditrici, contro una media nazionale del 23%. Due aspetti dunque, quello agricolo e dell’industria alimentare, entrambi più o meno in difficoltà. Nonostante tutto però, in Italia c’è chi investe nell’imprenditoria agricola, specie al sud. Sempre secondo dati Unioncamere, sulle “vere” nuove imprese agricole italiane, cioè quelle non nate dalla disgregazione di imprese precedenti, nel primo semestre del 2013 il 50% dei nuovi imprenditori nel settore agricolo opera al sud, contro un 15% al centro e un 35% al nord. Inoltre, il 20%, cioè un quinto dei nuovi agro-imprenditori, è laureato, mentre il 37,5% possiede un diploma di scuola superiore. Ma l’aspetto forse più significativo è il background di questi nuovi imprenditori. Sembra infatti che a ritornare all’agricoltura siano in particolare operai e impiegati, prima ancora che coltivatori diretti, seguiti da casalinghe, studenti e imprenditori in altri settori. Solo al nono posto troviamo infatti i disoccupati in cerca di occupazione. Interessante infine anche lo spettro di fasce d’età dei neo-imprenditori: il 25% di essi ha un’età compresa tra i 51 e il 65 anni, seguiti da un buon 21% di quarantenni, mentre i giovani con meno di 30 anni, gli “startupper” sono il 17% del totale.

Questa è l’Italia vera e autentica, ovverossia quella che lavora, che produce, che si ingegna, che inventa, che è dinamica e produttiva, come dire….quella di cui nessuno parla mai nei talk show televisivi, dove i gestori dell’industria dell’indignazione descrivono sempre un’Italia sull’orlo del fallimento, popolata soltanto da truffatori, mafiosi, mascalzoni incompetenti, ladri o imbecilli, rendendo quindi totalmente incomprensibile come un siffatto paese possa stare ancora in piedi con un pil intorno ai 1800 miliardi di euro all’anno. Secondo una divertente indagine sociologica, pubblicata di recente, viene fuori che in un altissimo campione della popolazione italiana, al quale sono stati sottoposti questi articoli (e altri otto di questo genere) togliendo i riferimenti, il 62% pensa che stiamo parlando della Germania, il 28% della Francia e il 10% della Gran Bretagna partita alla grande grazie alla Brexit. L’idea che gli italiani si sono fatti e si stanno facendo del mondo reale ha un’attinenza sempre meno veritiera con l’oggettività di chi opera fattivamente. Il motivo è intuibile ed è anche comico (quando sono di malumore penso che sia tragico): invece di inventarsi un lavoro, rimboccarsi le maniche e accelerare i propri processi creativi, i grandi strateghi da tastiera operanti su facebook preferiscono investire una quantità esorbitante di tempo ed energia al computer, seduti passivamente, da soli, raccattando e diffondendo notizie negative, catastrofiche, apocalittiche. Quelle fanno audience, infatti. Quindi il popolo non sa che si stanno verificando anche delle novità, che esistono isole felici, zone virtuose, sindaci per bene, assessori che non rubano, imprenditori che imprendono invece di prendere e basta.

In tutta la stampa europea, nei mesi di ottobre e novembre, l’Italia ha ricevuto applausi e complimenti (autentici) per il modo bello, efficace ed efficiente con il quale ci si è occupati della tragedia dei terremotati in Umbria/Marche/Abruzzi. Addirittura al punto da essere usati come parametro pedagogico per (udite udite) “insegnare” agli altri come si fa. Abbiamo saputo qualcosa di tutto ciò? No. Abbiamo letto, ascoltato, udito qualche particolare? No. La commovente generosità di alcuni italiani, sia in termini finanziari per chi se lo poteva permettere, sia in termini di risorse umane per chi si è speso come volontario, assistente, cooperante, è stata (ed è tuttora) una bella pagina del nostro essere paese anche come nazione e comunità e non soltanto palestra di idiozie false e falsificate tanto per aumentare i mipiace e le visualizzazioni.

Sarà questo il tema prevalente nel 2017, e non solo in Italia. Dovunque. A cominciare dal 21 Gennaio, quando Trump entrerà ufficialmente in carica assumendo i pieni poteri come presidente del neologismo lanciato dalla rivista Time: USA è diventato DSA, nuovo acronimo che sta per Divided States of America. Il bilancio statistico della campagna elettorale statunitense rivela infatti che nel 76% dei discorsi effettuati da Donald Trump sono state dette falsità e bugie, sono state diffuse cifre false, grafici falsi, percentuali false, che avevano come unico scopo quello di spaccare il paese. Il risultato elettorale, invece, non è stato falso, quello è vero. Secondo molti opinionisti americani che ritengo attendibili, l’America sta vivendo per la seconda volta nella propria storia una guerra civile, in Usa la chiamano “la guerra civile istituzionale” perché si odiano tutti. In Italia il teatro è simile, con le differenze di un paese, una cultura e un continente diverso.

La necessità di affrontare, con enorme consapevolezza, il fatto che molte delle notizie che vengono diffuse sul web e sui social sono menzognere impone un nuovo modello psico-sociale, un nuovo paradigma. Una nuova e diversa visione del mondo. La vita ai tempi della post-verità non è uno slogan tanto per farne un convegno o una sottigliezza intellettualistica: è l’ultima diabolica trovata della finanza iper-liberista che si è inventata un ingegnoso sistema amorale per annebbiare il Senso, appiattire il Significato e camuffare i propri valori (soldi, consumo, profitto) presentandoli per qualcosa di diverso a seconda del trend stabilito dai big data. Paradossalmente, nell’epoca attuale, la cosiddetta “epoca dell’informazione”, mai il mondo è stato così poco informato su ciò che accade veramente.

Ma per fortuna di noi umani tutti, la mente ne sa una più del diavolo e in diversi paesi si stanno già approntando i giusti anticorpi necessari per navigare nel Caos Totale. Il grande filosofo e matematico americano Hilary Putnam, invitato da Umberto Eco a Urbino nel 1990 (cioè 26 anni fa)  condivideva con il pubblico in sala i risultati del suo lavoro legato al rapporto tra vero e falso nella società post-moderna della disinformazione totale. Il suo contributo teorico è stato fondamentale. E’ morto a marzo del 2016 a 91 anni. Da noi non ha avuto nè fortuna tantomeno seguito intellettuale (esclusi, ovviamente, i filosofi e i matematici professionisti) dato che noi siamo immersi in uno scenario di menzogna collettiva, condiviso, ben sintetizzato dalla frase che (sempre secondo il grandissimo Putnam) avrebbe firmato e certificato l’esistenza di noi tutti: “Lo so che non è vero, ma io ci credo”.

Un abbraccio a tutti. Diffidiamo di chi sostiene di essere depositario della verità. Ma ancora di più, diffidiamo di chi sostiene che la verità non esiste.

Il dibattito sulla natura del problema è aperto.