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“La più grande e inaccettabile tragedia della Specie Umana è anche la sua più grande e impagabile virtù: la capacità di adattarsi a tutto e quindi essere in grado di sopravvivere alle più immonde ignominie. Nessun animale sarebbe in grado di sopportare le oscene nefandezze cui l’animale uomo è sottoposto ogni giorno nella propria esistenza”.

Yasunari Kawabata. Tokyo 1965

di Sergio Di Cori Modigliani

Cinquantacinque anni fa gli anni 60 irrompevano, con la fotografia di un’attrice francese, nello scenario che costruisce l’immaginario collettivo planetario. Osservandola oggi, l’immagine che vedete raffigurata in bacheca ha un sapore vintage che induce alla tenerezza. Non così, allora. In Italia, la fotografia venne acquistata dalla rivista Quattroruote che la mise in copertina nel numero di maggio 1961, provocando scandalo e addirittura una interrogazione parlamentare da parte della senatrice democristiana Falcucci che ne chiese il sequestro. L’attrice era Brigitte Bardot e con questa fotografia il sistema economico delle agenzie pubblicitarie lanciava il binomio vincente “donne/motori” che per almeno 40 anni ha alimentato quel settore specifico di mercato. Era l’immagine che lanciava la Renault Florida decapottabile, con la quale la Francia intendeva andare a competere nel mercato statunitense delle automobili sportive, presentandola a Miami. La fotografia venne immediatamente bloccata dal “Comitato Americano per la Salvaguardia della Moralità Pubblica” considerata “un insulto e una provocazione a danno del mondo femminile sia delle casalinghe che delle donne che lavorano”. Questo comitato era il perno intorno al quale ruotava la cultura maccartista statunitense voluta e imposta dal generale Eisenhower che per otto anni aveva guidato la nazione. Ma il suo vice, Richard Nixon, aveva perso le elezioni dell’8 novembre 1960 che erano state vinte da John Fitzgerald Kennedy portando una inconcepibile ventata (per gli americani) di novità e di cambiamento. Kennedy aveva giurato il 18 gennaio e la fotografia della Bardot apparve in Francia alla fine di febbraio annunciando il modello d’automobile che sarebbe stata commercializzata a giugno. Dopo la reazione immediata del comitato, sostenuto dall’industria automobilistica americana che temeva la concorrenza della Renault (in Usa nel 1961 Ford, Chrysler e General Motors si dividevano il 97% del mercato interno) dalla Casa Bianca arrivarono delle proteste formali al comitato, ma caddero nel vuoto. Kennedy approfittò dell’occasione. Concesse la sua prima intervista al settimanale della domenica inserito dentro il Washington Post esigendo la pubblicazione dell’immagine in questione. Per l’occasione, fece tre dichiarazioni: 1) Annunciò che di lì a due mesi sarebbe andato a fare un lungo viaggio in Europa per incontrare Kruscev a Vienna, Adenauer a Berlino e il suo amico Charles de Gaulle a Parigi. 2). Comunicò di aver dato mandato a suo fratello Bob, Ministro della Giustizia, l’incarico per abolire con decreto presidenziale l’esistenza del famigerato comitato spiegando che “la moralità è un territorio diverso da quella della civiltà e del bene comune collettivo: appartiene al mondo delle coscienze individuali per i laici, e alla parola sacra del Signore per quanto riguarda i credenti” difendendo il diritto di pubblicare immagini come quella di Brigitte Bardot. 3). Proprio facendo riferimento all’episodio di quella specifica fotografia, si dichiarò indignato per l’aggressione che aveva subito l’attrice francese da parte dell’establishment politico statunitense. E in coda aggiunse: “ho dato quindi disposizioni all’ambasciatore americano a Parigi per fare in modo di incontrare privatamente Brigitte Bardot quando sarò in Francia e congratularmi con lei”. Celeberrima la risposta pubblica della Bardot, allora sposata a Jacques Charrier, padre del suo unico figlio: “Sono lusingata da tale onore: dite a Sua Maestà che accetto, vorrà dire che quella sera darò un sonnifero a mio marito”.

Per noi, oggi, si tratta di quisquilie, inconcepibili per la mentalità corrente attuale. Il mondo è molto cambiato ed è quindi molto ma molto diverso. Le dinamiche politiche della gestione del potere, invece, sono le stesse. Così come rimane identico l’impatto che ha sui cittadini e sulle masse il comportamento e le prese di posizione delle classi dirigenti. Allora, agli inizi del 1961, l’occidente benestante, quindici anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, con la piena occupazione e una distribuzione della ricchezza che iniziava a essere sempre più equa, lanciava la sfida ai conservatori tradizionalisti pretendendo una nuova lettura dei diritti civili, del rapporto tra sessi, dei modelli di comportamento, con una lettura spregiudicata (per i tempi di allora) della sessualità e pretendendo una totale e definitiva libertà dal lavoro. Brigitte Bardot divenne l’icona della ribellione femminile che incarnava questo tipo di mentalità e il suo mito contagiò e infiammò l’Europa e l’intero continente americano. La sua immagine divenne l’alimento base -come potere evocativo e suggestioni fantasiose- dell’immaginario collettivo occidentale. Il 1961, come i sociologi hanno sottolineato più volte, fu il primo (e l’unico) anno nella storia degli Usa in cui fu un’europea e non una statunitense a diventare il simbolo dell’avanguardia libertaria dell’intera società, molto più potente di Marilyn Monroe. Perchè Brigitte Bardot aveva un’arma in più che la Monroe non aveva, poveretta: la francese era sana, allegra, completamente autonoma e indipendente dal mondo maschile, mentre chiunque era al corrente del fatto che Marilyn Monroe fosse una donna disperata e davvero infelice. Gli anni’60 quindi, si aprivano all’insegna della leggerezza e dell’aspirazione alla libertà. Kennedy fu il primo a incarnare questo tipo di aspettative. Oggi, 55 anni dopo, le cose sono molto diverse.

Basterebbe notare che, oggi, non si potrebbe dire di nessun leader al mondo che “è il prmo a incarnare…”ecc., perché oggi si dice, caso mai, “è il primo a capire come sta cambiando la società….”ecc., si dà quindi per scontato l’abolizione di ogni idealità, di ogni presa di posizione personale, non studiata a tavolino e si riconosce al leader la capacità di “sfruttare con abilità” quel momento, quella situazione, quella condizione, la capacità di capire e forse anche manipolare le masse, dicendo quello che a loro piace sentirsi dire per spingerle dove lui vuole arrivare. E’ il mondo attuale, il mondo della post-verità. In una società come questa, dove i fatti sono stati aboliti e vince soltanto il prepotente, il più ricco di mezzi tecnologici, colui che ha più possibilità di diffusione di un messaggio, una proposta, uno slogan -è irrilevante la sostanza e il contenuto- allora anche l’immaginario collettivo subisce un fortissimo impatto. Brigitte Bardot, era una donna avvenente ma ce n’erano tante altre anche più attraenti, lei però aveva un suo quantum di naturalezza spontanea che pescava negli archetipi femminili  e che la rendeva originale, unica e autentica. Appunto.

Oggi, nella fase attuale, invece, viviamo immersi in una realtà paradossale (quasi soprannaturale). L’attenzione e anche la partecipazione è davvero altissima ma è concentrata nel mondo virtuale, dove tutto è possibile, le emozioni vengono amplificate, il senso di onnipotenza diventa legittimo e la verità non è più neppure necessaria: se un video, un post, un messaggio, una frase mi fa stare bene e conferma a me stesso l’idea di me e quella che io ho del mondo, perchè non accoglierla? Alla fine, ciò che conta è sentirsi in famiglia con quelle cinque, dieci, venti persone con le quali uno parla in rete ogni giorno (anche se ha 5000 amici virtuali) la loro accettazione o il loro rifiuto diventa essenziale. L’immaginario collettivo non può dipanarsi, espandersi, perchè lo scambio sociale è stato ghettizzato e non esistono neppure stanze di compensazione: piccoli gruppi di persone ogni giorno leggono gli stessi siti, gli stessi bloggers, i commenti delle stesse persone, e sono convinte che quello sia il mondo. Inconsapevoli del prezzo che stanno pagando avendo scelto il virtuale come sostituto del reale: la perdita dell’identità  In un mondo dove tutto è possibile e niente diventa possibile nella realtà, il cittadino del mondo che vive nella post-verità trae la conferma identitaria da un abbaglio perpetuo, da una sorta di allucinazione collettiva che costruisce un mondo fantasy e lo spaccia per mondo reale. I cosiddetti “personaggi antagonisti”, verbalmente violenti, sono, o finiscono con l’essere, l’avanguardia a difesa degli interessi della ristretta oligarchia del privilegio. Loro sono i veri conservatori.

Così come avvenne nel 1961, quando la presidenza Kennedy inaugurò in occidente l’inizio di una avventura sociale originale, nuova e dirompente, oggi, all’alba del 2017, stiamo per entrare in un mondo che si aprirà il 20 Gennaio, quando Donald Trump giurerà occupando il posto di presidente degli Usa. Grande trionfo dell’apparenza al posto della sostanza. Il nuovo presidente annuncia la codificazione del Caos Totale dove tutto è lecito, tutto è permesso e qualunque verità può essere contestata da un contraltare falso e bugiardo, tanto ciò che conta è l’effetto reattivo degli umani dinanzi a certe parole d’ordine. E’ il trionfo e la consacrazione di tutto ciò contro cui molti dei votanti di Trump pensavano di combattere: lo strapotere della finanza speculativa, la gestione totalitaria e dittatoriale delle risorse energetiche da parte dei grandi petrolieri planetari, la fine delle persone intese come “esistenze individuali”. L’uomo che per dieci mesi di campagna elettorale ha guidato l’attenzione eccitando el pueblo a raccogliersi per marciare contro l’ipocrisia, contro le banche, contro le multinazionali, e contro l’establishment costituito, promuove -una volta preso il potere- le banche, le multinazionali e l’establishment costituito. Ai votanti forse va perfino bene così perchè, dal punto di vista della loro interiorità, pensano emotivamente che si tratti di un evento virtuale e non si rendono conto che si tratta, invece, di un evento reale che può avere ripercussioni molto forti sulla vita di tutti.

La verità diventa clandestina, pertanto impossibile da condividere pubblicamente. Di conseguenza, anche le icone sono fittizie. In un mondo falso, i “divini” e le “divine” sono soltanto simulacri, attori clowneschi che interpretano se stessi facendo credere che. Il mondo distopico funziona così. E’ il mondo voluto dai grandi produttori di comunicazione tecnologica e di strategia mediatica del web. Per nostra fortuna, nonostante gli immani sforzi compiuti, anche l’ultimissima generazione di computer giapponesi di cui circolano i primi prototipi, hanno fallito -per l’ennesima volta- l’obiettivo: ragionare come gli umani. Non è possibile. Ma è possibile aumentare la confusione, la violenza e il caos, la mente finisce per non riconoscere più i parametri di riferimento culturali ed è lì che si afferma la cifra tecnologica. Il nostro futuro dipende dal fallimento degli scienziati informatici: un altro paradosso dei nostri tempi. Per ritrovare il senso di una comunità, il valore di una identità, l’autenticità dell’esistenza, sia essa individuale che collettiva, c’è un’unica strada da percorrere: ripristinare il valore del Fattore Umano. Esattamente ciò che i tecnocrati e i proprietari del web e delle televisioni non vogliono.

In rete, infatti, il fattore umano è stato abolito. Le persone insultano Pinco, senza sapere che si tratta di Pallino, come potrebbero sapere chi è veramente il contraltare se l’intera struttura è basata sul virtuale e non sul reale? Ma l’immaginario collettivo degli umani non può essere abolito. Può essere condizionato, pilotato, manipolato, e represso. Molto represso. Talmente represso da far credere che è stato cancellato. Non è così, si è semplicemente nascosto, celato, in attesa del momento giusto e dell’occasione buona per erompere. Per questo tutte le dittature del pianeta sono state abbattute, prima o poi. Ogni dittatore ha sempre pensato, ad un certo punto, di essere riuscito ad avere l’intero gruppo, etnia, paese, sotto controllo. Finchè un giorno non è accaduto un piccolo e irrilevante evento, addirittura marginale, nella sua apparenza, che ha provocato un gigantesco sisma che ha finito per travolgere il sistema. Il fattore umano è quella punta invisibile dell’iceberg, che è invece calda e bollente. Non si vede, non si sente, non fa rumore. Ma c’è. Esiste. E persiste. Le nuove icone del cambiamento e del comportamento, il corrispondente nel 2017 della Brigitte Bardot del lontano 1961, sono certo che esistono già e sono anche operative. Il bello è che non sono visibili perchè l’apparire non appartiene alla loro identità. E se c’è qualcuno che dice “salve io sono la nuova icona del grande cambiamento evolutivo”, ebbene, sappiate che non è vero, chiunque egli o ella sia. Come diceva Shakespeare sostenendo che “i nostri sogni sono fatti dello stesso filamento di cui è composta la materia della nostra vita quotidiana” così è bene sapere che le nuove icone hanno nomi innominabili e non possono essere fotografate, non lo consentirebbero mai. E già da tempo fanno rete. E non in rete.

E’ il clan degli invisibili.

Quando si saprà chi sono, dove sono, quanti sono, che cosa fanno e come lo fanno, allora vorrà dire che per i “dittatori” in carica sarà arrivata l’ultima ora. Per il momento non è tempo, perchè i dittatori  (quelli veri e quelli simil) sono al comando, in Usa, Russia, Cina, India, Ue (Grecia docet), paesi arabi e l’intera Africa.

Intanto ci si organizza. E nel frattempo ci si diverte anche, ma per davvero. Il futuro è roseo, anche se suona come un paradosso. Nel senso che lo è per davvero.

Buona fortuna a tutti quelli che se la meritano.