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“Essere italiani: che tragica perdita di tempo! “

 Ennio Flaiano, Roma 1965

di Sergio Di Cori Modigliani

Circa quattro anni fa, un professore di sociologia barese che insegna all’università locale, Franco Cassano, ha pubblicato uno squisito saggio breve che appartiene alla migliore tradizione intellettuale italiana (Franco Cassano “L’umiltà del male” editore Laterza, Bari). Una vera chicca. Fosse stato francese o statunitense, di sicuro, sarebbe diventato un bestseller mondiale. Purtroppo per lui, gli è capitato di essere italiano, con l’aggravante di essere uno spirito libero, e pur essendo da molti anni un esponente politico di rilievo pugliese, è sempre stato molto vivo, autonomo e indipendente, e quindi presumo fuori dai giochi di potere che contano, visto che invece di propinarcelo tutte le sere di ogni santa settimana in ogni talk show italiano, nessuno lo ha mai visto. Conclusione: nello spreco consueto di talenti italiani, questo importantissimo testo è passato -per la maggior parte dei cittadini italiani- inosservato. Lo ripropongo oggi (ne avevo parlato in un post di agosto 2012) all’attenzione dei lettori desiderosi di dotarsi di strumenti pedagogici evolutivi, rispondendo così a diverse richieste che mi sono state fatte sull’argomento.

In questo libro, Cassano affronta l’eterno problema della relazionalità tra il Bene e il Male, secondo una nuova prospettiva che sposta l’ottica usuale. Il fine dichiarato, infatti, consiste nell’analizzare le ragioni della totale latitanza intellettuale di spiriti liberi e indipendenti all’interno del panorama della sinistra italiana negli ultimi quindici anni. E lo fa riconoscendo al Male un vantaggio enorme rispetto al Bene. Il Male, infatti -questa è la sua tesi- si muove all’interno di una cornice “sempre e completamente umana, molto umana” perchè si basa sulla fragilità dell’Essere Umano, sulla sue contraddizioni, sulle sue paure, timori, bisogni. Il Bene, proprio perché tale, si richiama alla forza spirituale interiore, alla parte migliore dell’Essere Umano, quella nascosta, profonda, superiore. Il Bene finisce per essere perdente proprio perché minoritario: presuppone una potenza caratteriale e un equilibrio psico-civico che soltanto pochi e rari riescono a raggiungere. E’ molto più facile scovare dentro ciascuno di noi l’assassino potenziale che si nasconde tra le pieghe delle nostre turpi fantasie, piuttosto che riuscire a estrapolare la contagiosa possanza di un Krishnamurti. Il testo di Cassano si basa tutto nell’analisi di un brano della letteratura europea (25 paginette), quelle che Siegmund Freud aveva definito nel suo saggio “Il disagio della civiltà” come la punta più alta e profonda mai raggiunta nella letteratura mondiale negli ultimi duemila anni. Si tratta dell’incipit della seconda parte de “I fratelli Karamazov” di Fedor Mickailovitch Dostoevskij, meglio noto come “La leggenda del Santo Inquisitore”.

Per chi non ricorda di che cosa si tratta o non ha mai letto i classici, ecco una breve sintesi in poche righe: dopo 350 pagine dedicate al parricidio, allo scontro violentissimo tra fratelli dotati di caratterialità opposta, dove il tema principale consiste nel rapporto tra Fede e Potere da una parte, e l’insopprimibile anelito alla Libertà degli individui, arriva questo racconto fatto da uno dei protagonisti. Ci troviamo nella Spagna meridionale, a metà del 1600. In questa cittadina ci sono stati diversi tumulti, scontri tra la cittadinanza e la polizia del re perché il popolo ha fame ed è stanco di essere sfruttato. Il potere religioso e locale ha individuato in un certo specifico individuo, un capo-popolo, il vero leader ispiratore della rivolta. Lo fa arrestare e lo butta in una cella segreta nei sotterranei dell’arcivescovado. Dopo qualche giorno di torture varie, arriva ad interrogarlo il “Grande Inquisitore” simbolo dei poteri forti dell’epoca, un esponente dell’alta gerarchia vaticana venuto apposta da Roma. Gli dà da bere, prende uno sgabello, si siede davanti a lui e inizia l’interrogatorio: “Ti ho riconosciuto. Noi sappiamo chi sei. Tu sei Gesù. Sei ritornato di nuovo tra di noi”. Il prigioniero sorride, incatenato al muro e il volto gli si illumina riempiendolo di luce. L’inquisitore va avanti per un po’ spiegandogli come hanno fatto a riconoscerlo e poi -autentico colpo di scena- gli dice che lui è stato arrestato e verrà condannato a morte non per millanteria, avendo ingannato il popolo facendo creder loro di essere Dio, ma proprio perché è davvero il Salvatore. Lui è stato riconosciuto: è Gesù, quindi deve essere eliminato. Gli spiega le ragioni. Gli racconta la visione del Potere, e di quanto lui, Gesù, in realtà, sia una specie di aristocratico che non ha capito l’animo umano, che pensa gli esseri umani vogliano essere liberi e aspirino ad amarsi gli uni con gli altri perché sono forti spiritualmente e sono puliti dentro. E invece non è così. Gesù, spiega l’inquisitore, non è altro che un narcisista alla ricerca di facili applausi, tutto il peso della responsabilità nel gestire gli umani grava sulle spalle dei potenti che si devono far carico dei problemi materiali del mondo, delle paure delle persone, delle loro volgari ambizioni, dei loro sogni putridi, della loro voglia di uccidere i concorrenti, di stuprare le donne rubandole ai propri fratelli, e che vogliono semplicemente accatastare ricchezze diventando padroni per schiavizzare i loro simili. Così è l’Essere Umano e così va trattato, gestito, controllato, con “quel sottile e umile realismo che soltanto la Fede nell’autentica Verità dell’animo umano può regalare” perché l’Essere Umano non è forte, ma debole; perché l’Essere Umano non vuole vivere di idee e di progetti, ma vuole mangiare fino a scoppiare, vuole scoparsi tutte le donne, vuole avere sempre il massimo, vuole vivere nel lusso, inconsapevole della propria miseria interiore. Loro, i potenti, sono gli autentici custodi dell’autenticità del messaggio cristiano, sono i pastori realistici e pragmatici di un gregge di mascalzoni che non meritano la minima considerazione se non il disprezzo della comunità, e loro, i potenti, praticano l’umiltà nell’approccio perché capiscono quella autentica essenza. Gesù, invece, è un arrogante presuntuoso che ha provocato soltanto danni e lutti spingendo gli umani a ribellarsi contro la loro natura e quindi li ha spinti da sempre verso l’autodistruzione. Gli umani vogliono soltanto far carriera ed essere onnipotenti, vanno quindi contenuti, rinchiusi in un branco, e presi in considerazione per ciò che sono. Dopo aver spiegato la sua idea del mondo, l’Inquisitore gli comunica la sentenza di condanna a morte “per essere disumano e quindi disattento rispetto alla vera natura dell’uomo”, e gli chiede: “Che cosa hai da dire a tua discolpa, tu che hai osato porti come il Re di tutti noi?”. Gesù fa un cenno con la testa. L’Inquisitore chiama una guardia e gli fa togliere la catena, si avvicina a lui. “Allora, qual è la tua risposta?”. Gesù lo guarda negli occhi, gli sorride, gli prende il viso tra le sue mani e lo bacia.

Fine del racconto.

E’ per questo motivo -suggerisce il sociologo Franco Cassano- che il potere forte (simbolo del Male) è in grado di manipolarci e assoggettarci al suo volere: è in grado di praticare l’umiltà nell’approccio. Perché il Potere conosce la nostra Natura. Soltanto comprendendo questa verità, noi sudditi del mondo, condannati alla perenne schiavitù, saremo in grado di poter aspirare alla rivolta necessaria per riuscire a far trionfare il bene collettivo: diventando anche noi umili nel considerare gli aspetti realistici della caratterialità umana e su quella fondare un’alternativa possibile, realisticamente praticabile.

E’ assolutamente necessario, quindi, per poter aspirare a una alternativa, praticare una profonda pedagogia sociale per dare inizio a una modificazione alchemica interiore senza la quale non riusciremo mai a essere liberi. Il testo di Dostoevskij affascina le menti planetarie da 135 anni, in virtù dell’enigma paradossale che contiene, e non a caso viene preso in prestito dal prof. Cassano nella sua squisita elaborazione odierna. Perfetta per i nostri tempi. Talmente aderente e pericolosa -se diffusa- al punto che invece di fargli un monumento per la preziosa libertà della sua argomentazione, appare emarginato dalla vita politica nazionale.

Mi auguro che la lettura di questo testo possa essere di ispirazione per tutti noi e consenta alcune riflessioni sotto l’ombrellone, per i più fortunati che possono permettersi di stare in spiaggia. In attesa che la specie umana si evolva e raggiunga quella cima assoluta proposta da Nietzsche (avido lettore del romanziere russo e suo contemporaneo) quando ci illumina il percorso suggerendoci l’assoluta necessità “di andare oltre, per raggiungere la strada che va al di là del Bene e del Male, liberandoci tutti da questa contrapposizione tra falsi idoli”.

Che cosa ne pensate?